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giovedì 10 marzo 2011

Auld Reekie #8

Capitolo 8


«Buongiorno, Margareth.»
La voce quieta di Joanne risuonò nella sala da pranzo piena di una luce mattutina pigra. Entrò e chiuse la porta alle spalle della domestica, lanciando uno sguardo penetrante ai suoi fratelli.
«Finalmente sei arrivata! Quella dannata vecchia non la smetteva di ronzare qui attorno». Ester respinse il piatto di pancetta che si trovava dinanzi. «Cielo, questa roba mi nausea! Ma è proprio necessario fingere di mangiare?»
Joanne le rispose con pazienza, prendendo un piatto con delle uova dal servo muto. «Non piace a nessuno di noi, Ester, ma non abbiamo alternative. La Fratellanza è alle nostre calcagna e non possiamo permettere che la servitù inizi a sospettare qualcosa.»
Mise il piatto dinanzi a sé e rimestò il cibo con le posate; poi sollevò lo sguardo su Samuel, che leggeva il giornale.
«Che cosa pensi di fare?» domandò, a voce bassa.
Nella stanza cadde il silenzio.
Samuel le rispose senza guardarla, continuando a leggere lo Scotsman. Dinanzi a lui, un piatto di salsicce giaceva intonso, assieme ad una tazza di thè. «Sto portando a termine la cessione dell’impresa con Oliver. Le ragazze, Will e John partiranno entro questa settimana; io e te, la prossima. Annunceremo la nostra intenzione di fare un viaggio in Europa, per climi più caldi. Oliver rimarrà qui, assieme a Zach.» La scrutò, gli occhi piantati nei suoi, fissandola senza battere ciglio. «Spero per te non sia un problema.»
Joanne abbassò lo sguardo sul piatto. Per un momento ebbe voglia di urlare che sì, era un dannato problema. Ma non poteva: Samuel era il suo capo, prima ancora di essere suo fratello di sangue. Lei, Ester, Lizzie, Zach e Samuel avevano avuto lo stesso padre: lo stesso vampiro li aveva trasformati. Samuel era il più anziano tra tutti loro e aveva preso il comando quando Robert, il loro Padre, aveva cessato di esistere molti decenni prima.
Will, John, Oliver, invece, erano stati creati da Samuel. A differenza di Robert, lui aveva offerto la possibilità di scegliere: aveva dato loro la libertà di accettare o meno la via del sangue, cosa che Joanne reputava sacrosanta.
Quanto a lei, aveva un compito specifico: era la Guardiana. Le era stata affidata la tutela dei suoi fratelli;sarebbe stata lei a sostituire Samuel, nel caso in cui fosse perito.
Lui le lanciò un’occhiata obliqua; poi tornò a immergersi nella lettura. «Zach verrà stasera: sta tenendo d’occhio la casa di Dyce. Will gli darà il cambio stanotte.»
«Ha trovato qualcosa?», chiese Joanne, allontanando il piatto con un gesto secco: Ester aveva ragione, l’odore del cibo era nauseante.
«Poco: lettere di Corbridge e di Faber, nulla che già non sapessimo. Purtroppo, non vi era nessun elenco riguardo ad altri contatti qui in città.» Samuel richiuse il giornale con un gesto secco, persino nervoso. «Stanno progettando un’offensiva contro di noi. È questione di tempo.»
«Quanto pensi che sappiano?», domandò Lizzie, inquieta.
«Molto, temo. Tellman, il responsabile della Fratellanza di Londra ha una missiva di Oliver e una mia lettera indirizzata a Sirius: entrambe sono dirette a quest’indirizzo: Zach ha letto gli appunti di Dyce.»
Joanne sgranò gli occhi. «Ma… sono lettere di sessantanni fa!»
Samuel aprì le braccia, stizzito. «Già! Le hanno conservate, accidenti a loro! Appena realizzeranno il collegamento tra gli autori delle missive e noi, ci avranno scoperti. L’unica cosa da fare è anticipare la partenza.»
Joanne picchettò con le dita sul tavolo, poi annuì con energia. «Dobbiamo agire tenendo un comportamento il più possibile usuale. Per fortuna, è nuvoloso e non avremo problemi con il sole. Preleveremo delle somme di denaro per ogni esigenza. Limiteremo le uscite notturne; saremo sempre in coppia o più, mai da soli. Resteremo solo io e te; Zach rimarrà in incognito e Oliver dovrebbe essere al riparo dai sospetti, visto che è ricomparso da meno di tre anni e che non vive con noi.»
«Molto bene. Comunica queste disposizioni agli altri e…».
Samuel spalancò gli occhi, lanciando uno sguardo alla porta. Un istante dopo, qualcuno bussò e di colpo, tutti finsero di mangiare. Persino Ester arricciò il naso e accostò la tazza di the alle labbra.
«Il vostro segretario, padrone», annunciò la governante.
Will entrò, chiudendo la porta alle spalle. Il suo sorriso aveva un che di furbo e di malizioso, quella mattina. «Buongiorno signori. Sappiate che da qui a tre minuti diluvierà, quindi è il momento adatto per uscire. Sarà nuvoloso per tutto il giorno.»
«Volete una tazza di caffè, signor Munro?». Joanne aveva parlato con voce rilassata, ma con gli occhi fissi alla porta. Quell’impicciona della governante stava origliando di nuovo.
Will si voltò a fissare la porta chiusa e ridacchiò. «Sì, grazie, signora Griffin. Sapete, stanotte abbiamo fatto tardi con il signor Hates Hates.»
Passi furtivi, umani, si allontanarono lungo il corridoio. Piatti e bicchieri tornarono sul tavolo.
Ester rise: John era rientrato alle cinque del mattino, con addosso l’odore di una femmina umana. Lizzie si limitò a scuotere il capo, contrariata. «Non dovreste passare la notte in giro da soli, con tutto quello che sta succedendo», considerò la ragazza a bassa voce, tenendo gli occhi fissi sulla porta. «Potrebbero attaccarvi.»
Will prese una tazza, la riempì di caffè e si sedette a tavola. Il suo buonumore non era stato scalfito dalla tensione che si sentiva nella stanza. Si strinse nelle spalle. «I Fratelli della luce? Che possano farsi fottere all’inferno!».
Samuel alzò gli occhi. Erano glaciali.«Ci sono delle signore in questa stanza, Will. Non gradisco che tu ti esprima in questo modo.» 
Nella stanza calò un silenzio imbarazzato. Samuel si alzò in piedi e li fissò, uno a uno. «Non stiamo scherzando. Lo ripeto: la nostra salvezza dipende da quanto riusciremo a essere credibili. Stiamo rischiando tutto ciò che abbiamo, il nostro mondo può andare in pezzi da un momento all’altro e noi con lui. Sei Fratelli della Luce ci scoprono, non avremo possibilità di salvarci. Avete capito? Nessuno scampo. Moriremo tutti.»

 
Il nostro mondo è in pericolo, pensò Samuel con gli occhi fissi sul selciato sporco di fango. Tutto ciò che ho costruito, i miei figli, i miei fratelli… potrei perdere ogni cosa.
Per secoli, lui e i suoi simili si erano mescolati agli umani, vivendo con loro, prendendone le abitudini, generazione in generazione. Questo era potuto accadere perché molte delle leggende sulla loro natura erano false e gli uomini ignoravano quale fosse la loro vera essenza.
Erano corpi morti. Non respiravano: l’aria non era più necessaria, simulavano solo per mimetizzarsi meglio. Il loro fisico non aveva più le caratteristiche umane: non sentivano più fatica o dolore. Non avevano più un cuore che batteva. Non potevano neanche essere uccisi da un paletto, né urlavano dinanzi a un crocifisso o all’acqua santa.
Non potevano stare alla luce del sole, era vero, ma questo non significava che non potessero uscire di giorno. L’importante era che i raggi del sole non li colpissero direttamente, altrimenti la loro pelle si sarebbe ustionata, accartocciandosi come un mucchio di foglie secche. Il fuoco li indeboliva ma non li uccideva.
C’era solo un modo per eliminarli, e su questo il mito aveva ragione: tagliare loro la testa. Purtroppo, i Fratelli della Luce lo conoscevano bene.
Avevano bisogno di sangue umano per nutrirsi. Tuttavia, disciplina e rigore avevano dato i loro frutti e adesso il numero delle loro vittime era divenuto molto basso.
Quasi, si corresse poi, con un sorriso soddisfatto. Il ricordo della notte precedente riempì la sua bocca di un sapore dolce e caldo. Si leccò le labbra e tornò a concentrarsi sul carteggio che aveva davanti: un mucchio di ricevute che dovevano essere controllate prima di liquidare la sua impresa. Gli piaceva quel lavoro: aveva posseduto attività commerciali sin dal secolo precedente e aveva scoperto di possedere talento per gli affari. In questo lo aiutava Oliver, che si occupava della gestione degli affari legali: era un avvocato molto preparato.
E non solo: era una creatura di una freddezza e di una determinazione fuori dal comune.
Mentre Will aveva mantenuto alcuni brandelli di umanità, Oliver invece, li aveva sradicati con metodica precisione. In un tempo brevissimo, aveva ottenuto quel distacco dall’umanità che gli esseri come loro ottenevano con anni di buio, di massacri e assassinii.
Era lo scotto da pagare per la loro condizione. E tuttavia, da prezzo, si trasformava in vantaggio: niente pene, niente rimpianti, niente sofferenza. Il disprezzo di tutto ciò che era umano diventava liberatorio, aiutando a vedere la vita per ciò che è: un tempo più o meno breve, affannato,pieno di illusioni in cui non esisteva uno scopo, né sicurezze se non quella della morte.
Sapeva guardare oltre la condizione umana. Sentiva il bisogno… la fame di vita e non si tirava indietro dinanzi a niente per proteggere ciò che aveva di più prezioso: l’immortalità.
Molti esseri umani non si rendevano nemmeno conto di essere al mondo: consideravano la propria vita senza fine, mentre il tempo fluiva addosso loro, senza accorgersi di invecchiare fino a morire. Non sapevano che sarebbe bastato uno schiocco di dita del destino per spezzare quell’illusione.
Samuel, invece, lo sapeva: per primo era stato vittima di quello schioccar di dita; a sua volta, il destino si era servito di lui per porre fine a delle esistenze inutili.
Senza rimorso alcuno.


Nascosto nell’ombra di un portone, Zach osservò l’entrata del numero 17 di Albany street. Sopra di lui, un cielo grigio, basso, che sembrava dovesse dissolversi in una tempesta da lì a pochi istanti.
George Dyce aveva avuto visite: tre gentiluomini. Senza dubbio, qualcosa di strano si stava preparando: era rimasto sveglio tutta la notte, inquieto, a passeggiare nel suo studio. Zach lo aveva spiato, nascosto nel buio della sala d’ingresso, ed era scivolato via poco prima dell’alba, quando la sguattera di cucina si era alzata per accendere il fuoco. Sorvegliava quella residenza da giorni, la conosceva bene e ormai entrava ed usciva a suo piacimento.
Zach Shaw sapeva forzare le serrature, sbloccare fermi e chiavistelli; era silenzioso e leggero, un soffio di vento. Lui era la spia nel loro gruppo, ombra tra le ombre. Era colui che non esisteva.
Iniziò a piovere. Zach sentì delle gocce bagnargli il collo sotto la falda del cappello. In pochi istanti, la pioggia aumentò d’intensità, e lui capì che quello era il momento adatto per avvicinarsi alla casa per sbirciare all’interno.
Mescolandosi ai passanti che correvano per trovare riparo, si avvicinò all’abitazione di Dyce e si nascose dietro un anfratto dinanzi all’ingresso. Da lì, attraverso il velo spesso della pioggia battente, riuscì a vedere i tre uomini che parlavano con il medico. In quel momento qualcun tirò via le tende dalla finestra, forse per ottenere più luce e Zach si accorse che non erano soli: altri uomini erano nella stanza assieme a loro.
Chi accidenti erano quei due?
Con una mano sul cappello, Zach allungò il collo. Tutti gli uomini erano chini su un tavolo, coperto di carte e mappe della città. Uno di loro gesticolava, gli altri annuivano. Dyce, un po’ più distante, seguiva con lo sguardo la discussione. Aveva l’aria angosciata e scuoteva il capo.
D’improvviso, uno di loro alzò la testa di scatto e si voltò verso il padrone di casa che annuì, con energia. L’altro rise e un secondo uomo si alzò per bere un bicchiere di vino, dopo aver indicato dei punti su un foglio.
Per la prima volta dopo più di un secolo, Zach sentì un brivido. Non era eccitazione o di desiderio. Con fatica, quasi con stupore si rese conto che era un’emozione stridente, improvvisa, che lo sconvolse fino a fargli spalancare gli occhi. Perché aveva avuto paura.
Aveva riconosciuto quegli uomini, ne aveva visto i ritratti molte volte.
Michael Burgess e Spencer Corbridge.
I capi della Fratellanza della Luce.

venerdì 19 novembre 2010

Auld Reekie #6

Non si può andare contro il proprio destino.
Il cerchio si stringe.




6


Edimburgo

George Dyce camminò a lungo. La sua mente non era in grado di ricordare la strada di casa: si lasciò spintonare dai passanti, mettendo i piedi in mezzo ai liquami, gli occhi fissi nel vuoto, mentre i passanti gli scoccavano sguardi pieni di commiserazione.
Solo quando raggiunse Calton Road riuscì a recuperare un po’ di lucidità. Si fermò appoggiandosi al muro e si costrinse a respirare profondamente per calmarsi; poi guardò attorno a sé, accorgendosi per la prima volta di dove si trovasse. Arrivato ad Albany street, aveva recuperato il completo controllo.
Salì in fretta i gradini della bella palazzina georgiana, come se volesse fuggire dalla strada. Le voci petulanti delle sue figlie di sedici e diciotto anni lo raggiunsero, rassicurandolo, quasi confortandolo: discutevano per qualcosa che aveva a che fare con dei cappellini. Era bello essere a casa, pensò avviandosi verso il piano superiore.
«Dottore?». La voce ansiosa della governante lo raggiunse a metà delle scale.
«Dica, Emmeline», sospirò esasperato, sfilandosi i guanti.
«Siete atteso, signore».
«Visite?», grugnì. Era contrariato, stanco e desiderava solo riposare per tutto il pomeriggio.
«Sì, signore. Due gentiluomini da Londra». Gli porse due biglietti da visita.
Dyce sobbalzò. Burgess e Corbridge? Qui?
«Dove sono?» chiese, scendendo a precipizio i gradini.
«Nel salottino con vostra moglie».
Entrò nel salone a passi rapidi. Sua moglie lo squadrò con i grandi occhi castani spalancati e uno sguardo equamente diviso tra perplessità e spavento. Matronale e dignitosa, era rimasta senza parole dinanzi all’irruzione improvvisa, senza capire perché suo marito fosse tanto pallido. Muriel Dyce, donnetta prosaica e priva di immaginazione, non poteva immaginare chi fossero davvero quegli amici di suo marito.
Perché Michael Burgess e Spencer Corbridge non erano solo compagni di vecchia data di George Dyce. Erano i capi della Fratellanza della Luce.
Il medico congedò la moglie con un sorriso di circostanza e invitò i due amici a sedersi con lui al tavolo. Compagni di bagordi nell’età dell’università, avevano cementato la loro amicizia circa vent’anni addietro, quando si erano scontrati con l’impossibile.
«Quando siete arrivati?».
A rispondere fu Corbridge. Alto e sottile, viso allungato di un pallore quasi grigiastro, occhi scuri, piccoli baffetti; non sembrava essere molto forte, anzi. Tra i quaranta e cinquant’anni, medico come Dyce, esercitava a Londra e godeva di ottima fama. Era una delle persone verso cui George nutriva maggior stima… e timore. Bastava fissare quegli occhi di ghiaietto per capire che era un uomo da non prendere sottogamba.
«Ieri sera tardi. Siamo stati a Newcastle, poi abbiamo pensato di venire a dare un’occhiata fin quassù».
«Bene. Perché… pensavo di scrivervi. Credo di aver trovato… degli indizi che riportano a ciò che avete trovato a Londra». George si versò un bicchiere generoso di brandy e lo bevve a larghi sorsi. Di solito, non beveva tanto, ma quel giorno tutto il mondo sembrava aver deciso di andare per conto suo senza chiedere il permesso.
«Ti riferisci alla mia lettera?» domandò Michael Burgess, appollaiandosi sul bracciolo della poltrona occupata da Dyce. Capelli color sabbia, muscoloso quanto poteva esserlo un ex campione di canottaggio di Cambridge, occhi verdi pungenti, carnagione chiara, aveva la stessa età di George Dyce. Con lui il tempo era stato indulgente: fascinoso, scapolo impenitente e notaio presso St. Albans, aveva un’espressione indolente che dissimulava una capacità di osservazione fuori dal comune. Aveva anche una leggera zoppia, conseguenza di una fuga precipitosa sui tetti di Londra, mentre era in caccia di uno dei suoi nemici.
«Esatto. Ho trovato una coincidenza tra ciò che tu mi avevi scritto e le notizie che mi ha comunicato James Faber da York. Si tratta di una lettera». Dyce parlò in fretta, sottovoce, lo sguardo che saettava dall’uno all’altro.
Burgess strinse gli occhi, curioso «Faber? Il nostro Fratello osservatore di York? E cosa è accaduto?».
«Pochi giorni fa, i Fratelli dello Yorkshire hanno trovato uno di quei mostri, l’hanno catturato ed eliminato. Portava con sé della corrispondenza: sembra fosse un corriere o qualcosa del genere. Non ne avete saputo nulla?».
«No. Siamo lontani da Londra da parecchio e non abbiamo avuto comunicazioni recenti da York», rispose Burgess, disorientato. Corbridge ebbe una smorfia perplessa.
D’improvviso, Dyce si rilassò nella poltrona con un sospiro pesante. «Allora credo che ci aspetti un lungo pomeriggio. Ho molte notizie da darvi».
Corbridge si accomodò su una panca di fronte agli altri due. «Procediamo con ordine, George. Faber ti ha scritto che quell’essere immondo portava delle lettere. Per chi?».
«Si tratta di una missiva indirizzata al Master delle Highlands. L’indirizzo è Edimburgo, Canongate, 15».
George fece una pausa per riprendere fiato. Sfilò gli occhiali, mentre le ipotesi nebulose che gli affollavano il cervello assumevano contorni nitidi. E lo spaventavano, sempre più.
«Ieri è arrivata una lettera da Richard Tellman, il vostro sostituto a Londra. Mi ha scritto che nella cassaforte che avete trovato il mese scorso nel covo distrutto, c’erano delle lettere tra il capo della comunità londinese e altri Masters. Due di queste provenivano da Edimburgo».
Burgess alzò le sopracciglia, stupefatto «Davvero? Siamo partiti dopo aver distrutto il rifugio di Londra e non abbiamo avuto il tempo di visionare i documenti».
George mosse le mani per bloccarlo. «Ascolta: le lettere provenienti da Edimburgo sono datate 1782, dunque hanno più di cinquant’anni. Una di queste è la comunicazione dell’acquisizione di una quota di proprietà una società di commercio. La transazione era stata curata da un avvocato, tale O. W. G. L’altra, una missiva privata, è a firma di un tale S. Per entrambe l’indirizzo era Canongate 15».
Con un sospiro spezzato, Spencer Corbridge si appoggiò con la schiena contro il muro. «Coincidenza a dir poco sospetta», commentò asciutto.
Dyce lanciò un lungo sguardo ai due: la frizzante sensazione di trionfo che avvertiva si mescolò a una paura latente che gli serpeggiava nell’anima, ai margini della coscienza. Continuò a raccontare.
«Non è ancora finita: alcuni giorni fa un uomo ha chiesto un consulto per sua moglie, poiché teme sia sterile. Si chiama Griffin, si è trasferito in città dal nord della Scozia circa dieci anni fa. Da quello stesso periodo, abitano con loro dei cugini della moglie: due donne e un uomo per l’esattezza. Non ho fatto caso subito all’indirizzo ma quando ieri ho ricevuto la lettera di Richard Tellman, ho fatto un salto sulla sedia».
«Fammi indovinare: il numero 15 di Canongate?». Burgess tirò fuori dalla tasca della giacca un astuccio portasigari e iniziò a fumare. George annuì in silenzio, poi si coprì il volto con le mani. Non sapeva come spiegare quello stato di malessere che l’aveva sconvolto, sin da quando era andato via dalla casa dei Griffin.
Proseguì, stanco, con gli occhi fissi sul pavimento. Le parole erano diventate difficili da pronunciare «Così ho pensato di approfittare della richiesta per dare un’occhiata, tentare di capire se potessero essere davvero… loro. ».
Dyce bevve un altro sorso di liquore e riprese a parlare. «Pensavo di scrivere un resoconto stasera, per chiedervi di venire qui… Perché di dubbi ne ho parecchi. Stamane ho visitato la moglie di Griffin e…».
Stavolta furono Burgess e Corbridge a sussultare. «Tu hai fatto che cosa?», guaì Corbridge.
Burgess afferrò George per il braccio, costringendolo a voltarsi. «Era viva?».
Un rivolo di angoscia scivolò lungo la schiena del medico. La risposta che la sua mente gli diede fu ; tuttavia un’altra sensazione, più profonda, viscerale, lo aggredì impedendogli di rispondere subito. Un malessere difficile da spiegare, un brivido freddo di panico di cui non riusciva a liberarsi in alcun modo.
«Sì», sussurrò incerto.
Spencer Corbridge lo fissò, studiandolo in silenzio. I suoi occhi brillavano come pietre bagnate in fondo a una scodella. «Potrebbe essere una schiava umana: a Cardiff ne abbiamo trovate due». Poi tornò a studiare il volto di George: pareva invecchiato di colpo. «Sei assolutamente sicuro che fosse viva?».
«Credo di sì», ammise George infine. Sospirò pesantemente. «Con questa visita non ho fatto altro che complicarmi la vita… ho così tanti dubbi!».
«Perché?», lo incalzò Michael.
«Le due donne che io ho conosciuto non sono diverse da mia moglie o dalle figlie. Vestono allo stesso modo, parlano come loro. Non hanno nulla di diverso, a parte il pallore e la bellezza>>.
«Le loro femmine sono sempre molto belle: si tratta di strategia di caccia, dovresti saperlo», interloquì Michael, soffiando una nuvola di fumo che si dissolse con lentezza. Poi sorrise, indolente. «Ti trovo un po’ arrugginito, George: una volta non avresti avuto tutte queste incertezze».
«Li hai visti mai mangiare? Fare qualcosa di umano?», lo incalzò Spencer.
Dyce si fermò a riflettere. Scosse la testa, dubbioso. «Non sono il tipo di persone che Muriel vuole frequentare, se capite cosa intendo. Tuttavia, stamane Griffin ha bevuto davanti a me. In realtà, l’ho quasi sfidato a bere il suo Porto: non ne aveva toccato una goccia».
«La servitù?», proseguì Corbridge.
«Hanno una governante, una cuoca, una cameriera e una sguattera di cucina, che non dormono in casa; possiedono una carrozza e dei cavalli. Il fatto che abbiano della servitù per la cucina è uno dei dati che mi ha lasciato più perplesso», considerò Dyce con una smorfia.
«Potrebbero fingere di mangiare: a Londra, il loro capo aveva uno stuolo di servitori umani che non hanno mai sospettato nulla. E poi, qui a Edimburgo non è così difficile liberarsi del cibo: ho visto gettare di tutto dalle finestre», commentò Michael, sarcastico. «Dovremmo saperne di più. C’è modo di investigare su di loro senza destare sospetti?».
George fece una smorfia, dubbioso. «Sarà difficile. Notoriamente, Samuel Griffin è molto riservato e…».
Le parole gli morirono in gola, ghiacciandosi. Si portò la mano alla bocca. Samuel Griffin.
Samuel.
S., Edimburgo Canongate 15
Burgess lo fissò con occhi spalancati. «S….», bisbigliò, attonito. «S è l’iniziale di Samuel». Corbridge lasciò scorrere lo sguardo dall’uno all’altro, gelido. «Mutano il cognome, spariscono per anni, ma non rinunciano mai al loro vero nome».
George Dyce si passò la mano davanti agli occhi, quasi tentando di svegliarsi da quel sogno strampalato. Non era possibile. Era folle. Di più: irreale.
Eppure, era perfettamente logico. Tutto andava al suo posto in quel puzzle così assurdo.
Erano lì, per davvero.
Avevano trovato i vampiri di Edimburgo.

lunedì 4 ottobre 2010

Ci siamo quasi...

Vi avevo promesso nuove sorprese... Ed eccomi!
Presto leggerete un romanzo che - spero- vi appassionerà: si svolgerà nel 1846 e i nostri amabili  (e spietati) zannuti dovranno affrontare una minaccia inattesa e letale.  Avevo già postato alcune pagine ma, da brava perfezionista, le ho riviste, rilette e rivisitate fino ad ottenere un risultato vagamente presentabile. Protagonisti? Samuel e Oliver, o course, ma non solo. Li conoscerete nella loro vera natura, quella che non è stata ancora toccata dall'amore per Marianne e per Emily... E adesso basta spoiler!

Se avrete la pazienza di leggere, scoprirete i loro compagni, e passeggerete con loro per le strade di Edimburgo, la Auld Reekie, la vecchia puzzolente. Così veniva definita nell'era vittoriana la capitale della Scozia, a causa dei fumi dell'industria e per il gran numero di miserabili che si erano riversati nelle sue strade dopo aver abbandonato i campi e le greggi. Nel XIX secolo, Edimburgo era una città pulsante di vita e di miseria: le vie della Old Town erano traboccanti di povera gente, ma poco lontano si progettava la New Town in puro stile georgiano, con strade ampie e ariose, parchi e giardini, e abitazioni per coloro che potevano permettersi di fuggire dal lerciume dei close.

Ed è qui che Samuel, Oliver e i loro fratelli si aggireranno, in  bilico tra il mondo dei vivi e quello dei morti...

martedì 16 febbraio 2010

Hidden in the dark

Per chi mi ha seguito, un'anteprima: a marzo uscirà con le edizioni 0111 la raccolta di racconti, delle slice of life in verità, in cui troverete anche la Signora in viola.
A breve vi dirò come acquistare - se siete interessati, ovviamente - e vi preannuncio la quarta di copertina... abbastanza succulenta!

Tre racconti. Tre slice of life, tre storie che si svolgono in epoche differenti, tratte da una saga che ha già appassionato sul web centinaia di lettori. Due protagonisti. Due vampiri: Samuel, angelico e distaccato, incapace di provare pietà fino a che un misero essere umano non entra nella sua vita, stravolgendola. Oliver, un assassino gelido senza rimorso, incapace di amare ma che protegge la sua compagna come un lupo.
Personaggi non annacquati, anche se le loro vite si intersecano con quelle degli umani, finendo per esserne parte. Oscuri e intensi, privi di rimorso, amorali. Approfonditi psicologicamente, con uno stile forte, graffiante, dal profondo impatto emotivo, queste storie sono brevi ma intense, difficili da dimenticare.
Per tutti, uno scenario: Edimburgo, città di una bellezza struggente e terribile. Una città elegante, fatta di ombre, che cela oscuri segreti e una comunità di vampiri antichissima.
Nel primo, La signora in Viola, ambientato nel XIX secolo, Elizabeth, una donna forte e coraggiosa, diviene la vittima perfetta di chi vuole distruggere il suo corpo e la sua anima. Il secondo, 1978, è un’istantanea struggente sul Capodanno a Edimburgo, visto con gli occhi di un vampiro accanto alla donna che ha cambiato la sua esistenza. Infine, Natale a Heriot Row è un ritratto ironico di un Natale fatto da un essere che ha più di duecento anni…
Tre racconti che appassionano e coinvolgono e che lasciano al lettore la voglia di sapere di più sul mondo oscuro che si cela dietro la porta del numero 12 di Moray Place 12, Edimburgo.


Allora? che ne dite?
se andate sulla mia pagian personale di Facebook troverete anche l'anteprima della copertina, salvo equivoci dell'ultima ora.
STAY TUNED, GUYS!!! =)))

martedì 19 gennaio 2010

LA SIGNORA IN VIOLA... ultima parte.

So già che mi odierete.
So già che mi darete della bastarda senza cuore. Fate pure.
Quello che vi presento qui è il "loro" mondo, prima di conoscere ciò che davvero può cambiare la vita... e che cambierà le loro esistenze.
E se un giorno riuscirò a pubblicare, saprete anche come questo avverrà...
Grazie!




Nella casa di Moray Place, al numero dodici, una pendola batté dieci rintocchi. Era notte. Raffiche di vento freddo spazzavano le strade, facendo gemere gli alberi sotto i loro colpi.
Un paio di stivali scuri percorse in un innaturale silenzio la scalinata che portava dal primo al secondo piano. Si fermò dinanzi a una pesante porta di legno chiaro ed entrò, senza attendere risposta. Nella stanza arredata con mobili risalenti alla generazione precedente, Samuel Gregor leggeva, seduto alla scrivania. Parlò, senza alzare gli occhi.
“Allora?”
Oliver si sedette e accavallò le gambe con un gesto fluido. Era vestito di scuro, in un completo da equitazione. Il suo volto solitamente bianco era soffuso da un velo di colore.
“Sono stato dalla nostra vicina. È quasi allo stremo delle forze” disse, lasciando scorrere pigramente lo sguardo sugli incartamenti sparsi sul piano. Tabelle, bilanci, comunicati, lettere commerciali: erano le tracce della loro attività nel mondo degli esseri umani.
“Come mai non l’hai finita?” domandò Samuel, rivolgendogli un’occhiata curiosa.
Oliver lo guardò in tralice, con un’occhiata furbesca. “Ho pensato che tu volessi darle un ultimo saluto.”
Elizabeth Druskell era stata una scommessa avvincente per entrambi. Un passatempo, un divertissement insolito. Samuel era stato attirato dalla sua bellezza raffinata, Oliver dalla sua forza.
L’avevano privata di entrambe le cose. Alcune notti prima, quando Samuel era entrato nella sua camera per aprirle la vena del polso, l’aveva trovata emaciata, con il volto chiuso da un’espressione addolorata. Bevendo da lei, aveva scoperto che non era il peso della malattia a darle questa sofferenza, quanto la consapevolezza che la propria vita stava per finire e che non avrebbe avuto il tempo di mettere ordine nella sua esistenza, soprattutto nel rapporto con il marito e le figlie.
Se avesse avuto pietà o compassione, Samuel avrebbe cessato di torturarla. Avrebbe ordinato a Oliver di non darle più la caccia e l’avrebbero lasciata vivere. Ma non prese mai in esame un’idea simile: Elizabeth era divenuta il suo gioco favorito, in quei giorni e non voleva rinunciarci, non adesso che erano quasi alla fine.
Voleva essere lui a sentire il brivido della vita divenire morte. A godere del suo respiro che si spezzava, del suo cuore che cessava di battere.
Oliver lo aveva capito. E aveva rinunciato a prendere la vita di quell’essere umano per lui, perché rispettava profondamente colui che lo aveva creato. Il suo Padre.
Per “loro”, togliere la vita era un piacere ineguagliabile.
Samuel alzò la testa e sorrise.
“Supererà la notte?” chiese.
Oliver annuì, senza parlare, fissandolo con i suoi gelidi occhi d’argento. Sapeva sempre quando fermarsi: da che la sua natura era cambiata, aveva ucciso centinaia di esseri, umani e non. Ma non avrebbe ucciso quella donna: aveva lasciato a Samuel questo privilegio. Lui aveva già avuto la sua soddisfazione.
Da assassino qual era, Oliver conosceva abbastanza la morte per sapere che un altro corpo avrebbe già ceduto. Elizabeth Druskell, invece, si era aggrappata alla vita, affannandosi a cercare nella sua mente la ragione di ciò che le stata accadendo. Aveva sentito il suo corpo farsi debole, la sua mente diventare più lenta ma continuava a opporsi alla morte, con tenacia: ormai da diversi giorni non riusciva più a leggere da sola e doveva chiedere al marito o alla bambinaia di leggere ad alta voce.
La sua volontà era ancora lì, forte, ed era l’unica cosa che la teneva in vita. Oliver aveva trovato quel coraggio irresistibile. Doveva distruggerlo. Così l’aveva torturata, dissanguandola, notte dopo notte, assieme a Samuel. Le avevano dato la caccia, l’avevano ridotta allo stremo. E quella notte, lui le aveva inflitto il colpo di grazia.
Era stato un piacere incredibile avvertire il cedimento della sua volontà.
Era entrato dalla finestra, scivolando tra le ombre. Elizabeth era semi incosciente; nel dormiveglia, si era voltata verso di lui, con gli occhi socchiusi, febbricitanti.
Si era chinato sul suo letto per azzannarle il polso, mostrandole il suo vero volto, quello della sua natura. Quando aveva avvertito la fitta del morso, gli occhi di Elizabeth si erano spalancati: lo aveva fissato, colma di orrore, troppo debole per protestare. Sul suo viso, lo stupore simile a quello dei bambini che fissano un nuovo gioco, incapaci di rendersi conto del suo funzionamento.
La luce nello sguardo di Elizabeth cambiò, repentinamente. In quel momento, Oliver avvertì la sua volontà schiantarsi, sbriciolarsi in mille pezzi. La sua rabbia di vivere esaurirsi di colpo. I suoi occhi e la sua anima si spensero e la disperazione dilagò nella sua anima.
Orgoglio. Fu questo ciò che Oliver provò quando sentì che la forza della donna si era piegata al suo potere. Che si era arresa. Che era pronta a morire.
Fu un piacere primordiale. Incredibilmente intenso.
Avrebbe potuto ucciderla, lì, in quel momento, e il godimento sarebbe stato completo. Perfetto. Ma si trattenne.
Sapeva che Samuel desiderava prenderle la vita, così, si era staccato dal suo polso ed era tornato alla sua dimora. Aveva avuto la sua soddisfazione: le aveva spezzato l’anima. Alla sua vita poteva anche rinunciare.


Il mattino dopo questi eventi, il luminare che aveva visto Elizabeth poche settimane prima fu richiamato d’urgenza. Il professore visitò la donna, ascoltò le sue parole e annuì, comprensivo.
Più tardi nello studio del marito, la parola “consunzione” fu accostata a “delirio”.
Quando il medico se ne fu andato, Anthony si lasciò cadere di schianto su una sedia dell’ingresso e si coprì il volto con le mani.
Fuori, il vento di novembre schiaffeggiava le facciate di Moray Place e le staffilava con violente gocce d’acqua. Il freddo era prepotente; le nubi di tempesta concedevano solo una luce opaca, torbida. Nulla era paragonabile al gelo che si era insinuato dentro Anthony Druskell.
Elizabeth delirava. Da quella notte. Aveva iniziato a parlare di uno spirito maligno, una sorta di diavolo come l’Uomo Nero, con gli occhi come quelli degli spunkies che si era aggirato per la camera e che l’aveva azzannata. Aveva mostrato al marito i segni sui polsi, gli aveva detto che ora sapeva chi era stato a farla ammalare e che dovevano impedire a quel mostro di assalirla di nuovo o sarebbe morta…
Anthony l’aveva confortata, mentre sentiva il suo cuore agghiacciarsi.
Deliri. Allucinazioni. Ferite auto inflitte.
Non c’era più dubbio, ormai: Elizabeth stava morendo. I segni inequivocabili della pazzia erano la testimonianza che la misteriosa consunzione di cui era stata vittima sua moglie era giunta all’ultimo stadio.
Sarebbe morta e l’avrebbe lasciato solo con due bambine piccole e un rimorso difficile da sopportare. Anthony aveva molto da rimproverarsi e, con vergogna, ammise che non avrebbe fatto in tempo a ottenere anche un surrogato di perdono. Nulla.
La mente di Elizabeth era stata corrosa dalla malattia, e a nulla sarebbe valso parlarle: lo aveva capito dai suoi occhi folli. Disperati. La domestica l’aveva trovata seduta, con i capelli scompigliati, il viso cereo e le sottili vene blu che risaltavano sul dorso delle mani e sui polsi. Era sconvolta: si dibatteva fino a rimanere senza forze, per poi riprendere a mormorare frasi sconnesse su quegli occhi che aveva visto nella stanza e sull’uomo misterioso vestito di nero che le aveva tagliato le braccia. Sua moglie era regredita all’infanzia, alle leggende che si raccontavano ai bambini per spaventarli.
Si era aggrappata a lui, stringendo con violenza le falde della sua giacca, con una forza che poteva provenire solo dalla pazzia. Aveva parlato, piantandogli addosso gli occhi sbarrati. I capelli erano scarmigliati, la camicia da notte le pendeva scompostamente su una spalla e lui, per la prima volta, aveva notato i graffi sul petto, sul collo, sulle braccia.
Come era stato così cieco?
Lei intanto continuava a parlare e a dibattersi. “Ti giuro Anthony… devi credermi, era qui, qui, qui nella mia stanza, al buio, e mi guardava e lui mi guardava, lì, vicino alla tenda era…. fermo, e poi…si è avvicinato, io dormivo ma non dormivo, devi credermi… lui mi ha morso, sul polso, vedi?” Aveva mostrato una cicatrice oblunga e violacea sul braccio. “Guarda! Lui mi ha morso, mi ha fatto male e dopo io… io sono stata peggio,e ho provato a chiamare Mildred ma lei dormiva! Dormiva mentre quello… quel mostro mi ammazzava perché io morirò, adesso lo so… lui era il diavolo e mi prenderà, io lo so… aspetterà il buio, come ha fatto stanotte e io morirò e sarò sola e disperata…”
Le parole sconnesse di sua moglie si erano fissate nel suo cervello come un marchio a fuoco. Era più di quanto potesse sopportare. Aveva dovuto staccare a forza le dita di una Elizabeth delirante dalla sua giacca e grazie ad una dose di laudano era riuscito a calmare la sua follia. Il suo collega, con uno sguardo pieno di compassione, lo aveva invitato a prepararsi al peggio, prima di uscire.
Nessuno però avrebbe potuto dirgli come placare quell’angoscia che gli schiacciava il petto.
Cosa rimaneva da fare ormai, se non ammettere di non aver saputo aiutare Elizabeth?


La notte cadde su Moray Place. Trascorse in silenzio, mentre Elizabeth Druskell fissava le finestre. Non voleva cedere al sonno. Torturava le lenzuola stringendole tra le dita, con una tale forza da bucarle sulla falda. Le sue labbra sussurravano frasi smozzicate, invocazioni e preghiere dimenticate da tempo, ripescate affannosamente nel fondo della memoria.
Accanto a lei, seduto su una poltrona di cintz rosato, Anthony sonnecchiava. Aveva letto per sua moglie, fino a che lei non aveva fatto cenno di volere un po’ di silenzio.
Elizabeth sentì le ore trascorrere e mescolarsi allo stormire delle fronde e al fischio del vento contro le pareti di pietra della sua casa; le aveva sentite scorrere attraverso il ticchettio dell’orologio posto sulla cornice del camino.
Sapeva che quelle erano le ultime ore di vita. Lo sentiva con cristallina certezza. Non era pazza, lei.
Era lucida.
Aveva capito che suo marito non aveva creduto a una sola parola di ciò che lei aveva detto. Per lui, medico e uomo di scienza, era stato assai più comodo attribuire quelle parole a un delirio. Non era possibile che ciò che diceva sua moglie fosse vero. I suoi occhi si erano riempiti di una pena infinita e per un attimo, Elizabeth aveva scorto un fiotto di dolore. Infine, era subentrata l’incredulità. La compassione. La rassegnazione.
La credeva pazza. Tutti la reputavano fuori di senno.
Elizabeth si era lasciata andare, allora. Aveva accettato il laudano senza protestare.
Era così sola… ed era tanto, tanto stanca. Il suo corpo non le obbediva; persino respirare era divenuto faticoso; negli occhi di coloro che le stavano vicino leggeva pietà, o pena.
Così, Elizabeth scelse di non combattere più. Scelse di tacere perché nessuno le avrebbe creduto: né Mildred, che aveva sentito piangere fuori dalla porta, né suo marito che le aveva somministrato farmaci, né il suo collega che l’aveva invitata a riposare con uno sguardo indulgente. Scelse di arrendersi perché non voleva soffrire oltre.
Sarebbe morta, ma non sarebbe stata una malattia a portarla alla fine della sua vita.
“Perché?” si chiese, in un soffio. “Perché io?”
Doveva esserci un perché. Una ragione. Lei sapeva, lei aveva visto che qualcuno… o qualcosa esisteva. Sapeva che era vero. Non era un incubo: quell’essere l’aveva morsa davvero. Non era riuscita a ribellarsi, a gridare il suo orrore perché quella… cosa l’aveva fissata negli occhi e lei aveva capito, in un solo istante, che non ci sarebbe stata pietà. Si era sentita schiantata. Il suo corpo era ancora vivo ma la sua anima era stata disintegrata.
Anthony si mosse sulla poltrona, aprendo gli occhi. “Mi hai chiamato?” chiese, con lo sguardo impastato dal sonno.
Lei fece cenno di no, poi parlò, piano.
“Va’ a dormire, Anthony: sei esausto. Riposati” sussurrò.
Il marito la scrutò, sbattendo le palpebre. “No. Non voglio lasciarti sola…” rispose, rimettendosi in piedi a fatica.
“Chiama Mildred, allora” fece lei, a voce leggermente più alta. “Vai.”
Anthony scrutò con attenzione il viso della moglie: era rilassata, serena. Sembrava lucida, aveva persino un po’ di colore sulle guance. Nelle ultime ore aveva smesso di delirare e si era richiusa in un silenzio assorto e vigile, spezzato da brevi intervalli di sonno.
Una piccola, minuscola parte della mente dell’uomo si permise di sperare. Forse era stato solo un episodio… Perché non avrebbe dovuto riprendersi, perché Elizabeth non poteva migliorare? Forse c’era ancora speranza per lui.
Con un piccolo cenno, l’uomo annuì e si recò nella stanza della servitù, dove dormivano la cuoca e le altre donne di servizio. Chiamò Mildred che, insonnolita, si avvolse nella coperta, sistemandosi sulla stessa poltrona dove Anthony aveva sonnecchiato.
Elizabeth non disse una parola. Li guardò, con occhi lucidi e distanti, osservando i loro gesti con uno sguardo che solo apparentemente era quieto.
Si sentiva come coloro che guardano una nave portar via i propri cari, ferma su un pontile, con un’immensa sensazione di strazio, di vuoto. Ma non erano gli altri ad allontanarsi: era la sua esistenza che si stava allontanando da lei e non poteva far nulla per impedire che ciò accadesse. Era scritto, lo sentiva nelle vene. Era ancora lì, nella sua stanza, ma ormai non era più parte di quel mondo.
Era lontana. Ed era sola.


Una folata di vento più forte delle altre svegliò Elizabeth dal torpore in cui era scivolata. La luce proveniente dal lume era spenta, forse perché l’olio era finito; nel camino, un ceppo stava esaurendo la sua esistenza, corroso dal fuoco. L’aria nella stanza era fredda e sapeva di malattia.
Poco distante dal suo letto, Mildred russava sonoramente, avvolta nella coperta, con la mano sotto il mento. Povera donna, pensò Elizabeth. Alla sua età costretta a passare le notti su una poltrona così scomoda…
Un brivido di freddo le attraversò il corpo. Ebbe la sensazione che la temperatura nella stanza fosse scesa ulteriormente.
Il ceppo nel camino collassò su se stesso in una marea di scintille e per un istante la camera fu illuminata da quel bagliore rossastro. Poi la luce si abbassò, lasciando scivolare la stanza nel buio.
Ma quel fiotto di luce era stato sufficiente per Elizabeth.
Aveva visto una sagoma nera accanto alla finestra semiaperta.
Un grido inarticolato le sfuggì dalle labbra. Si voltò verso Mildred, frenetica, e cercò di chiamarla. Era lì, non lo vedeva? Perché non si svegliava?
“Non si sveglierà, Elizabeth.”
L’ombra nera aveva parlato. Si era avvicinata al letto e si era accostata a lei.
Si sedette. Il volto era in ombra, coperto da un velo d’oscurità. Gli occhi, azzurri, freddi, scintillanti galleggiavano nell’oscurità, fissandola.
La donna riuscì a sentire persino il materasso che cedeva affossandosi sotto quel peso. Fu un movimento leggero, quasi si trattasse del corpo di un bambino, ma non era così: qualunque cosa fosse, aveva la forma di un uomo adulto e ne possedeva anche la voce.
Non era un sogno, lei lo sapeva. I sogni non hanno peso. Non parlano.
Rimasero in silenzio. Solo il lieve borbottare di Mildred nel sonno e il crepitio della cenere nel camino spezzavano quell’atmosfera irreale. Lei attendeva che qualcosa, qualunque cosa avvenisse. Che tutta quella sofferenza, finalmente, avesse fine.
Improvvisamente, Elizabeth si sentì pervadere da una strana calma. Una pace sottile, paralizzante, che arrivò dritta al cuore. I suoi occhi si riempirono di lacrime, mentre si lasciava andare sui cuscini.
Era la prima volta che piangeva per se stessa. E pianse, Elizabeth. In silenzio, quasi con vergogna. Pianse per la sua vita senza amore, per tutta la solitudine che aveva dentro e che in quel momento la stava soffocando; pianse per tutto ciò che avrebbe voluto fare e che non avrebbe più potuto, per le figlie che non avrebbe visto crescere, per il dolore così reale della morte che l’attendeva.
Sarebbe stata dimenticata. Non in fretta, certo. Suo marito e le sue figlie avrebbero sofferto ma con il tempo si sarebbero abituati a quella sofferenza. I suoi domestici l’avrebbero ricordata come una brava padrona. I suoi libri… chissà che fine avrebbero fatto? Sarebbero finiti in un cassone in soffitta, proprio come i suoi vestiti, le sue cose… i suoi sogni.
Chiuse gli occhi.
Non sapeva chi era quell’essere. Non voleva più nulla. Solo morire e dimenticare.
Ciò che accadde dopo la colse di sorpresa. Sentì una mano ghiacciata sul viso, scostandole i capelli dalle guance fino ad accarezzarle il collo. Si lasciò andare contro i cuscini. Sentì la sua vita fremere nelle vene, in attesa di scivolare via. Non avrebbe fatto nulla per trattenerla.
All’improvviso, come un soffio di vento, delle labbra si poggiarono sulle sue.
Chiunque fosse quell’essere, la stava baciando.
In quegli istanti, Elizabeth sentì il suo cuore battere, carico di una forza che non aveva mai sentito in tutta la sua vita, come un’esplosione di luce al centro del cuore che si propagava a tutto il corpo, che la rese leggera. Viva. L’emozione più forte, intensa e dolorosa che avesse mai provato.
Dolce. Struggente.
Elizabeth si lasciò cadere in quel bozzolo di luce. Si abbandonò a quelle mani gelide.
Fu allora che l’ombra si staccò dalle sue labbra e si chinò sul suo collo, azzannandola.


Samuel avvertì con un brivido di piacere l’esatto istante in cui il cuore di Elizabeth smise di battere. Sentì il suo respiro bloccato a metà strada tra i polmoni e le labbra, vide la sua pelle perdere colore, gli occhi spalancarsi.
Si separò da lei un secondo dopo.
Non avrebbe saputo dire perché aveva deciso di baciarla. Forse era stato il suo viso, bello nonostante il pallore, o i suoi occhi così spaventati. Curiosità, forse. O forse una traccia della sua umanità, chi poteva dirlo? Comunque, non era stato spiacevole.
Si strinse nelle spalle, guardando le ombre disegnate dalle braci rossastre nella camera. Nutrirsi di Elizabeth era stato un raro godimento. Ucciderla era stato l’apice. La caccia era durata più del solito ed era stata molto divertente. Peccato fosse finita…
Lanciò un’occhiata ai piedi del letto. Laggiù, qualcuno - il marito forse - aveva abbandonato la copia del Fedone che Oliver le aveva fatto trovare sul tavolo.
Era aperto all’ultima pagina: era la morte di Socrate, avvelenato dalla cicuta.
<>
Samuel si alzò e sorrise. Lanciò un’occhiata verso Elizabeth Duskell: le sue labbra erano socchiuse, gli occhi sgranati, il volto cereo.
“La donna più bella e cosciente di Moray Place” sussurrò.
Poi afferrò il libro; si avvicinò alla finestra e si lasciò scivolare giù, verso la strada buia.
E la notte lo inghiottì.

sabato 9 gennaio 2010

La signora in viola (terza parte)

Sono lieta di scoprire che questo racconto lungo - o romanzo breve, dipende dai punti di vista - sta avendo un bel successo.
Che diere, se non grazie a tutti voi che avete la pazienza di leggermi?
A voi... e come al solito, troverete più in basso le puntate precedenti.
Enjoy!



(...)
La ripresa di Elizabeth fu costante, più rapida di quanto il marito potesse aspettarsi.
Anthony passava dalla stanza della moglie la mattina e alla sera; trascorreva con lei del tempo, parlando o leggendo. Elizabeth lo ascoltava con diffidenza ma non lo respingeva. Il ricordo delle cure che il marito aveva avuto per lei la turbava e, nel contempo, la feriva.
Non osava sperare in un riavvicinamento.
Se lui l’avesse delusa di nuovo, lei non avrebbe avuto la forza di reagire. Preferiva tenerlo a distanza: era cortese con lui, accettava volentieri la sua compagnia ma non riusciva ad abbattere quel muro che aveva costruito tra loro.
Non voleva e non poteva.


Circa dieci giorni dopo quel mancamento, Elizabeth era con le bambine nel piccolo giardino che c’era dietro casa loro, al numero dieci. Indossava il suo abito preferito, quello viola chiaro, con uno scialle in tinta, ed era seduta su una poltrona mentre le sue figlie giocavano assieme a Mary.
Alzò lo sguardo verso il cielo. Il sole stava tramontando in un cielo viola e grigio; la brezza tiepida che aveva soffiato per tutto il pomeriggio fuggiva via, sostituita dal vento freddo del crepuscolo. Lasciò scorrere gli occhi lungo le facciate posteriori delle case accanto alla sua, fino a fissare le finestre del numero dodici.
La casa le sembrò disabitata. Poco dopo però, al secondo piano, qualcuno scostò la tenda. Un viso apparve alla finestra. E la fissò.
Con un brivido di angoscia, Elizabeth riconobbe lo sconosciuto che aveva incrociato pochi giorni prima. I suoi occhi grigi e inquietanti sembravano brillare nel crepuscolo e la squadravano, con insistenza.
A disagio, la donna abbassò lo sguardo sul libro che teneva in grembo. Era ancora il Fedone di Platone. Sebbene lo avesse già letto una volta, continuava a rileggerlo: c’era qualcosa in quelle pagine che la colpiva e la affascinava, anche se non aveva capito cosa. Sapeva solo che doveva leggerlo e scoprirlo.


Oliver fece un passo indietro, sparendo dalla vista della donna. Sorrise tra sé.
Samuel, da esteta, aveva ragione nel definire la signora Druskell una donna notevole: aveva una bellezza quieta, tranquilla che conquistava con il suo fascino elegante.
Ciò che aveva notato lui, invece, era la sete di conoscenza dell’animo umano e delle leggi del mondo che la animava. Solitamente, le sue prede erano umani privi di importanza, da cui prendeva il necessario per sfamarsi senza ucciderli. Ciò avveniva non per uno scrupolo morale ma per evitare che un numero eccessivo di morti mettesse in allarme le Forze dell’Ordine e desse il via a fastidiose indagini.
Gli esseri umani erano spesso stupidi e come tali, pericolosi. Meglio limitare i rischi.
Ma Elizabeth Druskell non era un essere umano comune: era una di quelle prede fatte per una caccia lunga ed esaltante.
Non l’avrebbe presa e uccisa con un taglio alla gola. Lui e Samuel avevano trovato un tacito accordo su di lei: non finirla subito ma torturarla, indebolirla fino a piegarla all’angoscia e alla disperazione.
Sarebbe stata un’esperienza molto più piacevole.
Oliver aveva scorto negli occhi castani della donna una luce particolare che aveva visto in pochi uomini: era fame di vita, sete di conoscenza. Una preda del genere rappresentava una sfida irresistibile per lui. Uomo o donna, adulto o vecchio non importava: se possedevano quella forza di vita che la maggior parte degli esseri umani non riusciva neanche a percepire, lui li avrebbe uccisi. Perché era quel desiderio di vivere, il coraggio di affrontare la vita a viso aperto che lui voleva possedere. In questi rari casi, gli umani passavano dal rango di fonte di nutrimento a quello di giocattoli con cui divertirsi, fino a distruggerli.
Voleva vincere quella forza. Spezzarla.
Sarebbe stato un piacere ineguagliabile assaporare il suo sangue caldo, sentirlo prima sul palato, poi scorrere nelle vene...


La mattina dopo, Elizabeth Druskell fu trovata riversa sul letto, debolissima e febbricitante. Il marito, preoccupato per la salute della moglie, chiamò un famoso collega per un consulto.
Poco dopo, nel suo studio, fu sussurrata la parola “consunzione”.
Nessuno dei due illustri professionisti aveva notato i segni rossi sul collo e sulle braccia della donna o, se lo avevano fatto, avevano attribuito loro scarsa importanza. L’unica cosa che riuscivano a vedere era la perdita progressiva delle forze di Elizabeth e l’incapacità del suo corpo di reagire.
Stavolta l’attacco era stato assai più violento: Elizabeth rimase a letto per giorni, chiusa nella sua stanza, alternando lunghe ore di incoscienza a momenti di veglia.
Quella strana malattia iniziò a minarle la mente. Lei si imponeva di resistere, di continuare la sua vita: leggeva un altro passo da un libro o si rialzava sui cuscini per parlare. Non era da lei abbandonarsi e lasciarsi servire. Ma era sempre più difficile reagire.


Non c’erano miglioramenti. Elizabeth continuava a peggiorare. Certe mattine, sentiva il suo corpo pesante, sfinito, ed era quasi impossibile per lei alzarsi o chiamare la cameriera. La mente scivolava in un torpore nebuloso, oscuro, privo di suoni, in cui non provava nessun dolore: una sensazione spaventosa e insieme confortante. Una sorta di oblio che la metteva al riparo da angoscia e paura. Lentamente, un’idea prese a farsi largo nella sua mente, insinuandosi tra le pieghe del pensiero cosciente.
La prospettiva della morte si fece avanti in maniera subdola, persino invitante.
E lei aveva sempre meno forze per respingerla.


Anthony, preso dal panico, aveva ricominciato a trascorrere le serate in casa, accanto alla moglie. La fissava per ore, mentre il fuoco del camino disegnava lunghe ombre sul suo viso pallido, chiedendosi cosa fare per aiutarla. Il suo collega aveva parlato di un deperimento fisico improvviso dovuto probabilmente a un grave dispiacere.
Lo sguardo di riprovazione che aveva accompagnato quelle parole era stato più pesante di un macigno. Il suo senso di colpa era aumentato a dismisura. Non amava sua moglie, né aveva fatto nulla per instaurare con lei un’amicizia o una sorta di complicità. Nulla. I loro rapporti, civili e rispettosi, non erano mai stati affettuosi, neanche nell’intimità del loro letto.
In quasi sette anni di matrimonio, non si erano scambiati una confidenza o un sorriso spontaneo. Lei glieli aveva offerti, lui li aveva ignorati.
“Ho sete.”
La voce di Elizabeth lo strappò a quelle riflessioni scomode. Anthony prese un bicchiere e l’aiutò a bere, sollevandola dai cuscini. Sentì lo sguardo di Elizabeth sul suo viso; evitò di incrociarlo, a disagio. Appena la appoggiò sui cuscini, lei parlò, con voce rauca.
“Sto morendo?”
Anthony, sorpreso, non rispose subito. Fissò le fiamme del camino, poi rispose con lentezza.
“Non lo so. Sei deperita, debolissima e non sappiamo davvero quale sia la causa.” Deglutì, continuando a fissare il fuoco, poi continuò, a fatica. Sentiva le parole uscire di bocca con riluttanza e doveva fare uno sforzo di volontà per pronunciarle.
“In questi giorni, io ho pensato molto, Elizabeth. Ho capito molte cose. Mi sono reso conto di averti… trascurato e credo di doverti delle scuse per questo.”
Elizabeth lo fissò, sbigottita. Aveva sognato per tanto tempo di udire quelle parole, che ora non riusciva a credere di sentirle.
Non può essere vero si disse, con un brivido di panico. C’era solo una spiegazione per quella confessione e il pensiero la fece ridere. Fu una risata amara, acuta, che spiazzò Anthony, facendogli sollevare la testa di scatto.
“Allora è vero! Sto davvero per morire se senti il bisogno di lavarti la coscienza! Cosa vuoi da me, l’assoluzione?”
La voce di lei vibrò, carica di sarcasmo: sorpresa, collera, delusione e paura si mescolarono sul suo viso. Le sue guance pallide diventarono improvvisamente rosse, gli occhi lucidi. In quei giorni di malattia, aveva osservato suo marito e aveva notato quanto il suo atteggiamento fosse cambiato. Ma non era riuscita a capire la ragione della sua condotta. O forse preferiva non pensarci.
Deglutì. I suoi sospetti erano stati confermati. Purtroppo.
L’uomo sospirò, rumorosamente. “No. Non stai morendo” ribatté, con una punta di risentimento. Perché non capiva?
“Oh, allora come mai hai deciso di ammettere di avermi umiliato dinanzi a tutta Edimburgo, così all’improvviso? Perché ritieni doveroso farmi le tue scuse, adesso? Suona a dir poco strano viste le circostanze, non trovi? Dimmi, quanto mi rimane? Un mese? Settimane?”
Anthony sospirò di nuovo, a disagio stavolta.
“No, Elizabeth, tu non capisci, io…” provò a replicare. Voleva spiegarle, doveva…
Lei fece un cenno con la mano. “No” disse. “Basta. Non aggiungere altro.”
E con uno sforzo, voltò la testa dall’altra parte, ignorandolo. Sconfortato, Anthony uscì in silenzio dalla stanza.
Non vide la lacrima di Elizabeth rotolarle giù per il viso.


Passarono i giorni. Lenti, pesanti. Arrivò Novembre. L’inverno si avvicinava a grandi passi, preceduto da piogge e da un vento freddo che soffiava dal Forth.
La salute di Elizabeth stentava a migliorare: periodicamente, il deperimento che l’aveva colpita si accaniva ancor più sul suo fisico, rendendolo sempre più debole.
Da più di un mese non usciva da casa il suo volto delicato, adesso aveva una luce livida e grigia; gli zigomi erano in evidenza, gli occhi cerchiati da aloni violacei.
Tuttavia, la malattia sembrava averla resa ancora più bella. Il suo sguardo era carico di una forza disperata. Ogni mattina lottava con il suo corpo per rimettersi in piedi, vestirsi, scendere nel piccolo salottino se stava un po’ meglio. Combatteva i brividi di freddo, la debolezza che le accorciava il respiro e la lasciava spossata, aggrappandosi alla vita con tutte le sue forze.
Nessuno, neanche lei, fece mai caso alle piccole cicatrici sulle braccia e sulle caviglie.

(continua...)

martedì 29 dicembre 2009

La signora in viola (seconda parte)

e ecco a voi il seguito... Per chi non ha letto la prima parte, la troverete nei post precedenti.
Come al solito, ogni commento e/o suggerimento sarà gradito.



Le giornate di Elizabeth Duskell scorrevano tutte uguali. Colazione. Ordini in cucina. Organizzazione della giornata per Violet e Satine. Cura dei conti e della corrispondenza. Passeggiata, se il tempo lo permetteva. Pranzo leggero. Eventuali visite. Cena.
Lettura.
Era quest’ultimo il momento che amava di più nella giornata.
Dopo aveva saputo della relazione del marito, Elizabeth aveva raccolto i cocci della dignità e dell’amore ferito ed era andata alla ricerca di qualcosa che le tenesse la mente impegnata, aiutandola a sfuggire al dolore. Il ricamo non era servito a molto: in un paio di occasioni, aveva persino spezzato l’ago, stringendolo con troppa forza.
La lettura era stata la seconda scelta.
Un pomeriggio si era recata in biblioteca e aveva scelto gli scritti di Seneca. Il grande filosofo latino l’aveva sorpresa e affascinata, tanto che era andata alla ricerca di altri testi del medesimo genere. Ancora dopo, aveva scoperto la Patristica; poi Platone e Aristotele.
L’interesse di Elizabeth per la filosofia era cresciuto come un albero privo di sostegno: aveva letto quelle opere con avidità, senza metodo, affondando con la mente nelle teorie che si dipanavano sotto i suoi occhi. In breve, il desiderio di sapere si era trasformato in una passione sregolata e famelica che l’assorbiva interamente.
Così, un giorno si era resa conto che la sofferenza non era più cocente come prima e che al posto della ferita aperta vi era una cicatrice. Dolorosa, certo, ma pur sempre una cicatrice. La filosofia l’aveva aiutata moltissimo e i libri erano diventati parte del mondo che si era costruita per sfuggire alla solitudine.
Fu con un sussulto che, quella mattina, notò un volume di pelle color borgogna sul suo tavolino da toilette. Si avvicinò, prendendolo tra le dita. Corrugò la fronte.
Non era suo. Non lo aveva mai visto prima.
La pelle era morbida, l’incisione sul dorso nuova, impressa nel cuoio: era un’edizione costosa, di gran pregio. Lo tenne tra le mani per alcuni secondi prima di aprirlo, domandandosi a chi potesse appartenesse. Forse a suo marito? No… Era tornato molto tardi, quella notte, e aveva dormito nel suo studio risparmiandole così di sentire l’odore del suo corpo impregnato del profumo di un’altra donna.
A chi poteva appartenere?
Lo aprì, curiosa.
Era il Fedone di Platone. Il dialogo dedicato alla morte di Socrate.
Scorse le pagine, rapida. Nessuna scritta o dedica, nessun timbro.
Chi poteva essere stato a metterlo lì? Di certo, non suo marito: Mildred, la cameriera, le aveva detto che il signor Duskell l’aspettava dabbasso per far colazione e che sarebbe salito in camera a cambiarsi solo dopo che Elizabeth fosse uscita.
Qualcuno dei domestici? Era poco plausibile.
Ma allora come c’era arrivato?
Rigirò il volume tra lei mani. Era nuovo: aveva quell’inconfondibile odore di carta che hanno i libri appena usciti dalla tipografia; la copertina era liscia, senza graffi. Incapace di trovare una spiegazione, si lasciò cadere sullo sgabello dinanzi allo specchio.
I suoi grandi occhi da cerbiatta, castani screziati di nocciola, fissarono l’immagine sbigottita nello specchio: l’espressione corrucciata, le labbra rosa socchiuse e il respiro leggermente accelerato. Sul volto chiarissimo erano apparse due chiazze rosse e i capelli, castani e lucidi, scivolavano fuori dalla treccia in cui li legava ogni notte, incorniciando il suo viso ovale e delicato.
Tornò a fissare il libro, poggiato sulle sue ginocchia.
Era estraneo e invitante. Misterioso. Inquietante.
Elizabeth si guardò allo specchio, di nuovo, attraverso le lunghe ciglia scure. D’improvviso, un brivido freddo le percorse la schiena, come una carezza fatta da dita gelate. Lasciò cadere il libro, turbata, e si guardò attorno nella stanza deserta.
Dall’altra parte del cortile, oltre il muretto di pietra grigia, dietro una spessa tenda di raso avorio, Oliver Gordon sorrise compiaciuto.


Quella mattina, Elizabeth accompagnò Mary e le bambine ai Queen’s Garden, poco lontano da Moray Place. Portò con sé il libro che aveva trovato. Era ansiosa, e non solo per il desiderio di leggere quell’opera: la curiosità di sapere come fosse giunto nella sua stanza non le dava tregua. Nessuno dei domestici sapeva nulla e suo marito aveva scosso la testa, limitandosi a un’occhiata distratta.
Seduta su una panchina, iniziò a leggere. Il cielo era plumbeo, chiuso, e una luce malata velava il giardino immerso nel silenzio. Satine e Violet giocavano con il cerchio, a pochi metri da lei, sotto gli occhi attenti di Mary.
Mentre era immersa nelle parole dei discepoli di Socrate, un grido di Violet la strappò alla lettura. La piccola era ruzzolata a terra, urtando un uomo che le si era parato dinanzi all’improvviso. Elizabeth si alzò di scatto, correndo verso la figlia che piagnucolava, indicando il ginocchio; Mary la prese in braccio portandola alla panchina.
Elizabeth soffocò un sospiro di stanchezza, poi si volse all’uomo: Violet era molto vivace, spesso combinava pasticci e a lei toccava sempre scusarsi.
Quando alzò il viso per parlare, però, la bocca le si seccò.
L’uomo che aveva davanti era… indescrivibile. Di una bellezza aristocratica. Viso ovale, capelli biondo scuro, fisico asciutto, vestito con abiti di grande qualità. Sul volto un’espressione di noia, quasi di fastidio, che Elisabeth attribuì all’incidente appena avvenuto.
Di colpo, si sentì confusa. Avvertì un brivido di gelo risalire dalle sue caviglie su per le gambe, fino alla schiena. Un freddo improvviso l’aggredì, paralizzandole il corpo. Gli occhi distaccati di quell’uomo la fissarono con sicurezza per una manciata di secondi, quasi come se la conoscesse. Erano azzurri, scuri e freddi.
La donna sentì il cuore accelerare e deglutì. Per la seconda volta in pochi giorni, un uomo sconosciuto generava in lei una sensazione intensa, inspiegabile, che le toglieva ogni capacità di reazione, trasformandola in una creatura spaventata.
Stavolta riconobbe subito la paura.
Era lo stesso terrore inspiegabile e angoscioso che aveva provato dinanzi all’uomo con gli occhi grigi e morti. Una sensazione di minaccia, sconvolgente per la sua forza.
L’uomo si limitò a sorridere, stringendo gli occhi: un sorriso senza calore, che acuì il senso di panico di Elizabeth. Inclinò il capo e parlò, con voce roca, oltrepassandola con un unico movimento fluido.
“Scuse accettate!” sussurrò, come un soffio di vento contro il suo orecchio.
Elizabeth rimase a bocca aperta, mentre sua figlia continuava a frignare. Immobile al centro del vialetto di ghiaia, incapace di reagire, lo vide sparire tra le ombre degli alberi.


“Già ti parrà sorprendente che, di tutti i fatti umani questo solo sia indiscutibile, e che mai succeda – come negli altri casi – che in certe circostanze e per determinate persone sia meglio morire che continuare a vivere; ma per questi avvantaggiati dal morire, ripeto, per queste persone è sacrilego procurarsi con le proprie mani un bene, ma debbano attendere un benefattore estraneo”.
Le parole di Platone colpirono Elizabeth. Sembrava quasi che fossero state scritte apposta per lei, per quel momento. Aveva lottato per resistere ai colpi bassi del destino, ma adesso si sentiva così stanca...
Amava moltissimo le sue figlie. La servitù la considerava una buona padrona e la rispettava. Aveva salute intelligenza. Eppure non bastava. Si sentiva distante da loro. Da tutti.
Perché era poco amata.
Talvolta, aveva la sensazione di vivere in un mondo a parte, separata dal resto dell’umanità, lontana persino da se stessa. Era come un albero in mezzo alla brughiera: sola, spazzata dal vento, con i rami protesi verso il cielo.
La solitudine l’aggrediva alla gola e le toglieva lucidità. La annichiliva. L’angoscia la sommergeva e doveva battersi con tutte le sue forze per reagire.
Eppure, era in quei momenti di disperazione che Elizabeth si sentiva viva. È solo un po’ di tristezza. Passerà, si diceva. Alzerò di nuovo la testa. Guarderò avanti.
Quella notte stava affrontando uno di quei momenti. E non era per niente facile.
Durante la sua passeggiata mattutina aveva incontrato una sua conoscenza, una certa Mrs. Florence, che le aveva accennato che suo marito era stato visto in compagnia della signora Selkirk.
Dietro le parole di solidarietà, Elizabeth aveva avvertito il piacere maligno che provava quella donna nel raccontarle del comportamento sfacciato del marito. Unica, misera vittoria, era stata la maschera di indifferenza con cui si era difesa e che aveva lasciato insoddisfatta la curiosità scoramento morbosa di Mrs Florence. Era tornata a casa con il viso impassibile e il cuore pesante per l’ennesima umiliazione.
Adesso, sola e insonne, distesa nel letto, teneva tra le mani il misterioso volume che aveva trovato sul tavolino. Leggendo quelle parole, aveva sentito un morso doloroso. Era in momenti simili che sentiva la vita come un peso, che desiderava qualcuno che la sollevasse dall’esistenza.
Scosse la testa, stizzita: non erano ragionamenti sensati, i suoi. La stanchezza di vivere era tanta, l’amarezza ancor di più, ma non avrebbe permesso allo sconforto di averla vinta. Se così fosse accaduto, si sarebbe spenta in poco tempo.
Immersa in quei pensieri, non si accorse subito della strana sonnolenza che l’avvolgeva. Fu una sensazione improvvisa, estranea, che la vinse in pochi istanti senza che potesse opporsi. A quel torpore, si sostituì uno stato di calma che le impregnò la mente. Fatica, sofferenza, umiliazione scivolarono lungo la china della sua consapevolezza, rotolando fino all’incoscienza.
Fu così che, senza accorgersene, Elizabeth cadde in un sonno oscuro e senza memoria.


Nascosto tra le ombre della notte, Oliver lanciò un’occhiata distratta all’interno della stanza di Elizabeth Duskell. Dormiva profondamente. Tra le sue dita, il Fedone ancora spalancato. La luce era stata spenta.
Sul suo collo, un’ombra nera.
Dalle labbra della donna sfuggì un sospiro accennato, simile a un gemito. La testa si spostò di lato e la treccia si disfece, sparpagliando i suoi capelli sul cuscino. L’ombra, allora, inclinò il capo, sollevando il corpo di Elizabeth fino a che non trovò la piega morbida del collo e si accostò ad esso. Lei gemette di nuovo. Più forte.
Sembrava quasi che l’ombra la baciasse con passione.
Sembrava.
Dopo alcuni minuti, la sagoma scura si staccò da lei; si mescolò al buio della stanza e sparì dietro le cortine delle tende, scivolando fuori attraverso la finestra. Dal muro, risalì sul tetto, confondendosi con le altre ombre.
Elizabeth rimase immobile, abbandonata sul cuscino. Il suo volto era diventato pallido, segnato da lunghe occhiaie; le labbra rosate avevano uno strano colore grigiastro e dalla bocca aperta usciva un respiro affannoso, sibilante.


Samuel raggiunse Oliver, disteso sulle tegole di ardesia del palazzo al numero dodici di Moray Place; si pulì le labbra, passando il pollice sul labbro inferiore. Era meno pallido; il suo viso angelico sembrava persino roseo.
“Sei stato rapido” considerò Oliver contemplando il cielo notturno, insolitamente sgombro di nubi. I suoi occhi vagarono con lentezza sui tetti della città vecchia. “È ancora viva?” chiese.
“Sì. È un corpo resistente. Credo proprio che la signora Duskell darà grandi soddisfazioni” rispose Samuel, stendendosi accanto a lui.
“Sei stato tu a regalarle la copia del Fedone?”chiese, dopo un po’.
Oliver inarcò le sopracciglia con un’espressione ironica. “Sì. Visto che la signora Duskell vedrà presto la fine dei suoi giorni, ho pensato che fosse un dono adatto. Plutarco racconta che Catone abbia passato la notte prima di suicidarsi leggendo quest’opera, cercando una risposta a ciò che tutti gli uomini si chiedono: cosa ci aspetta dopo la morte? Scoprì così che il coraggio e l’onore, doti di cui la nostra vicina sembra essere ben fornita, permettono all’anima di trionfare sul corpo.”
Samuel ebbe una risata secca. “Hai un senso dell’umorismo perverso”. Commentò, fissando il cielo nero, insolitamente sgombro di nubi. Rimase in silenzio per pochi istanti, poi riprese a voce bassa, quasi con un sussurro.
“Però… hai ragione. Anima contro corpo. È questo che contraddistingue la nostra esistenza, Oliver: gli esseri umani sono anima e corpo; noi siamo corpi senza anima. Quello che togliamo loro è ciò che noi non possiamo più avere.”


Il mattino dopo il cielo era livido, grigio. La pioggia rendeva lucido il selciato di pietre di Moray Place e le carrozze passavano dalla piazza slittando e cigolando sulle molle.
Al secondo piano del numero dieci, un lume acceso.
Elizabeth Duskell era debolissima, quel giorno. Si era svegliata con un pesante senso di oppressione al petto; le sue mani tremavano e nel momento in cui aveva tentato di mettersi in piedi, era caduta di schianto. Preoccupate per la salute della signora, la bambinaia e la domestica avevano chiamato il padrone. Anthony Duskell si era trovato dinanzi una donna pallida, incapace di muoversi, che lo fissava attraverso palpebre violacee e socchiuse.
“Dio mio, Elizabeth…” mormorò, prendendole la mano. Era gelida.
La donna tentò di parlare ma non ci riuscì. Il medico diede subito ordine che portassero dello sherry e i sali. Non riusciva a capire cosa potesse essere accaduto: sembrava vittima di una sorta di anemia fulminante o di una strana forma di esaurimento.
Per tutta la giornata, Anthony Duskell restò accanto alla moglie, guardando il suo petto che si alzava e si abbassava a fatica, sotto il peso del respiro. Nella stanza, il tempo sembrava sospeso, immobile. Silenzioso.
Anthony le tenne la mano; lei stringeva la sua, nei momenti in cui si sentiva più in forze. Solo dopo il tramonto, Elizabeth riuscì a parlare: raccontò di uno strano malessere che aveva avvertito già la sera prima, di come si fosse sentita debole al risveglio. Il marito l’ascoltava in silenzio, con la fronte corrugata, cercando di fare una diagnosi.
Fu quasi per caso che si rese conto di tenere ancora la mano della moglie. Elizabeth aveva una stretta debole: le sue dita erano ancorate alle sue, quasi avesse paura di lasciarlo andare via.
Anthony accolse quella sensazione con un misto di sorpresa e disagio. Sapeva di non provare nulla per la moglie, che aveva sposato senza amore per volontà della sua famiglia, così come sapeva di averle inflitto più dolore di quanto lei meritasse. Eppure, quella stretta lo consolava. Si sentì rassicurato. Assolto.
Sì, perché in fondo all’anima provava una sorta di senso di colpa per quella donna così bella e distante: Elizabeth lo aveva amato, e molto; lui non ci aveva neanche provato. Quando lei aveva compreso che non poteva aspettarsi alcun affetto da parte sua, lo aveva chiuso fuori dalla sua vita.
Ora, per la prima volta in tutto il loro matrimonio stavano condividendo qualcosa. All’improvviso Anthony capì che non voleva rinunciare a quell’intimità, per quanto effimera potesse essere. Capì che voleva una seconda occasione con Elizabeth, e che doveva meritarsela.
Così, le strinse la mano e si sedette accanto a lei.