martedì 19 gennaio 2010

LA SIGNORA IN VIOLA... ultima parte.

So già che mi odierete.
So già che mi darete della bastarda senza cuore. Fate pure.
Quello che vi presento qui è il "loro" mondo, prima di conoscere ciò che davvero può cambiare la vita... e che cambierà le loro esistenze.
E se un giorno riuscirò a pubblicare, saprete anche come questo avverrà...
Grazie!




Nella casa di Moray Place, al numero dodici, una pendola batté dieci rintocchi. Era notte. Raffiche di vento freddo spazzavano le strade, facendo gemere gli alberi sotto i loro colpi.
Un paio di stivali scuri percorse in un innaturale silenzio la scalinata che portava dal primo al secondo piano. Si fermò dinanzi a una pesante porta di legno chiaro ed entrò, senza attendere risposta. Nella stanza arredata con mobili risalenti alla generazione precedente, Samuel Gregor leggeva, seduto alla scrivania. Parlò, senza alzare gli occhi.
“Allora?”
Oliver si sedette e accavallò le gambe con un gesto fluido. Era vestito di scuro, in un completo da equitazione. Il suo volto solitamente bianco era soffuso da un velo di colore.
“Sono stato dalla nostra vicina. È quasi allo stremo delle forze” disse, lasciando scorrere pigramente lo sguardo sugli incartamenti sparsi sul piano. Tabelle, bilanci, comunicati, lettere commerciali: erano le tracce della loro attività nel mondo degli esseri umani.
“Come mai non l’hai finita?” domandò Samuel, rivolgendogli un’occhiata curiosa.
Oliver lo guardò in tralice, con un’occhiata furbesca. “Ho pensato che tu volessi darle un ultimo saluto.”
Elizabeth Druskell era stata una scommessa avvincente per entrambi. Un passatempo, un divertissement insolito. Samuel era stato attirato dalla sua bellezza raffinata, Oliver dalla sua forza.
L’avevano privata di entrambe le cose. Alcune notti prima, quando Samuel era entrato nella sua camera per aprirle la vena del polso, l’aveva trovata emaciata, con il volto chiuso da un’espressione addolorata. Bevendo da lei, aveva scoperto che non era il peso della malattia a darle questa sofferenza, quanto la consapevolezza che la propria vita stava per finire e che non avrebbe avuto il tempo di mettere ordine nella sua esistenza, soprattutto nel rapporto con il marito e le figlie.
Se avesse avuto pietà o compassione, Samuel avrebbe cessato di torturarla. Avrebbe ordinato a Oliver di non darle più la caccia e l’avrebbero lasciata vivere. Ma non prese mai in esame un’idea simile: Elizabeth era divenuta il suo gioco favorito, in quei giorni e non voleva rinunciarci, non adesso che erano quasi alla fine.
Voleva essere lui a sentire il brivido della vita divenire morte. A godere del suo respiro che si spezzava, del suo cuore che cessava di battere.
Oliver lo aveva capito. E aveva rinunciato a prendere la vita di quell’essere umano per lui, perché rispettava profondamente colui che lo aveva creato. Il suo Padre.
Per “loro”, togliere la vita era un piacere ineguagliabile.
Samuel alzò la testa e sorrise.
“Supererà la notte?” chiese.
Oliver annuì, senza parlare, fissandolo con i suoi gelidi occhi d’argento. Sapeva sempre quando fermarsi: da che la sua natura era cambiata, aveva ucciso centinaia di esseri, umani e non. Ma non avrebbe ucciso quella donna: aveva lasciato a Samuel questo privilegio. Lui aveva già avuto la sua soddisfazione.
Da assassino qual era, Oliver conosceva abbastanza la morte per sapere che un altro corpo avrebbe già ceduto. Elizabeth Druskell, invece, si era aggrappata alla vita, affannandosi a cercare nella sua mente la ragione di ciò che le stata accadendo. Aveva sentito il suo corpo farsi debole, la sua mente diventare più lenta ma continuava a opporsi alla morte, con tenacia: ormai da diversi giorni non riusciva più a leggere da sola e doveva chiedere al marito o alla bambinaia di leggere ad alta voce.
La sua volontà era ancora lì, forte, ed era l’unica cosa che la teneva in vita. Oliver aveva trovato quel coraggio irresistibile. Doveva distruggerlo. Così l’aveva torturata, dissanguandola, notte dopo notte, assieme a Samuel. Le avevano dato la caccia, l’avevano ridotta allo stremo. E quella notte, lui le aveva inflitto il colpo di grazia.
Era stato un piacere incredibile avvertire il cedimento della sua volontà.
Era entrato dalla finestra, scivolando tra le ombre. Elizabeth era semi incosciente; nel dormiveglia, si era voltata verso di lui, con gli occhi socchiusi, febbricitanti.
Si era chinato sul suo letto per azzannarle il polso, mostrandole il suo vero volto, quello della sua natura. Quando aveva avvertito la fitta del morso, gli occhi di Elizabeth si erano spalancati: lo aveva fissato, colma di orrore, troppo debole per protestare. Sul suo viso, lo stupore simile a quello dei bambini che fissano un nuovo gioco, incapaci di rendersi conto del suo funzionamento.
La luce nello sguardo di Elizabeth cambiò, repentinamente. In quel momento, Oliver avvertì la sua volontà schiantarsi, sbriciolarsi in mille pezzi. La sua rabbia di vivere esaurirsi di colpo. I suoi occhi e la sua anima si spensero e la disperazione dilagò nella sua anima.
Orgoglio. Fu questo ciò che Oliver provò quando sentì che la forza della donna si era piegata al suo potere. Che si era arresa. Che era pronta a morire.
Fu un piacere primordiale. Incredibilmente intenso.
Avrebbe potuto ucciderla, lì, in quel momento, e il godimento sarebbe stato completo. Perfetto. Ma si trattenne.
Sapeva che Samuel desiderava prenderle la vita, così, si era staccato dal suo polso ed era tornato alla sua dimora. Aveva avuto la sua soddisfazione: le aveva spezzato l’anima. Alla sua vita poteva anche rinunciare.


Il mattino dopo questi eventi, il luminare che aveva visto Elizabeth poche settimane prima fu richiamato d’urgenza. Il professore visitò la donna, ascoltò le sue parole e annuì, comprensivo.
Più tardi nello studio del marito, la parola “consunzione” fu accostata a “delirio”.
Quando il medico se ne fu andato, Anthony si lasciò cadere di schianto su una sedia dell’ingresso e si coprì il volto con le mani.
Fuori, il vento di novembre schiaffeggiava le facciate di Moray Place e le staffilava con violente gocce d’acqua. Il freddo era prepotente; le nubi di tempesta concedevano solo una luce opaca, torbida. Nulla era paragonabile al gelo che si era insinuato dentro Anthony Druskell.
Elizabeth delirava. Da quella notte. Aveva iniziato a parlare di uno spirito maligno, una sorta di diavolo come l’Uomo Nero, con gli occhi come quelli degli spunkies che si era aggirato per la camera e che l’aveva azzannata. Aveva mostrato al marito i segni sui polsi, gli aveva detto che ora sapeva chi era stato a farla ammalare e che dovevano impedire a quel mostro di assalirla di nuovo o sarebbe morta…
Anthony l’aveva confortata, mentre sentiva il suo cuore agghiacciarsi.
Deliri. Allucinazioni. Ferite auto inflitte.
Non c’era più dubbio, ormai: Elizabeth stava morendo. I segni inequivocabili della pazzia erano la testimonianza che la misteriosa consunzione di cui era stata vittima sua moglie era giunta all’ultimo stadio.
Sarebbe morta e l’avrebbe lasciato solo con due bambine piccole e un rimorso difficile da sopportare. Anthony aveva molto da rimproverarsi e, con vergogna, ammise che non avrebbe fatto in tempo a ottenere anche un surrogato di perdono. Nulla.
La mente di Elizabeth era stata corrosa dalla malattia, e a nulla sarebbe valso parlarle: lo aveva capito dai suoi occhi folli. Disperati. La domestica l’aveva trovata seduta, con i capelli scompigliati, il viso cereo e le sottili vene blu che risaltavano sul dorso delle mani e sui polsi. Era sconvolta: si dibatteva fino a rimanere senza forze, per poi riprendere a mormorare frasi sconnesse su quegli occhi che aveva visto nella stanza e sull’uomo misterioso vestito di nero che le aveva tagliato le braccia. Sua moglie era regredita all’infanzia, alle leggende che si raccontavano ai bambini per spaventarli.
Si era aggrappata a lui, stringendo con violenza le falde della sua giacca, con una forza che poteva provenire solo dalla pazzia. Aveva parlato, piantandogli addosso gli occhi sbarrati. I capelli erano scarmigliati, la camicia da notte le pendeva scompostamente su una spalla e lui, per la prima volta, aveva notato i graffi sul petto, sul collo, sulle braccia.
Come era stato così cieco?
Lei intanto continuava a parlare e a dibattersi. “Ti giuro Anthony… devi credermi, era qui, qui, qui nella mia stanza, al buio, e mi guardava e lui mi guardava, lì, vicino alla tenda era…. fermo, e poi…si è avvicinato, io dormivo ma non dormivo, devi credermi… lui mi ha morso, sul polso, vedi?” Aveva mostrato una cicatrice oblunga e violacea sul braccio. “Guarda! Lui mi ha morso, mi ha fatto male e dopo io… io sono stata peggio,e ho provato a chiamare Mildred ma lei dormiva! Dormiva mentre quello… quel mostro mi ammazzava perché io morirò, adesso lo so… lui era il diavolo e mi prenderà, io lo so… aspetterà il buio, come ha fatto stanotte e io morirò e sarò sola e disperata…”
Le parole sconnesse di sua moglie si erano fissate nel suo cervello come un marchio a fuoco. Era più di quanto potesse sopportare. Aveva dovuto staccare a forza le dita di una Elizabeth delirante dalla sua giacca e grazie ad una dose di laudano era riuscito a calmare la sua follia. Il suo collega, con uno sguardo pieno di compassione, lo aveva invitato a prepararsi al peggio, prima di uscire.
Nessuno però avrebbe potuto dirgli come placare quell’angoscia che gli schiacciava il petto.
Cosa rimaneva da fare ormai, se non ammettere di non aver saputo aiutare Elizabeth?


La notte cadde su Moray Place. Trascorse in silenzio, mentre Elizabeth Druskell fissava le finestre. Non voleva cedere al sonno. Torturava le lenzuola stringendole tra le dita, con una tale forza da bucarle sulla falda. Le sue labbra sussurravano frasi smozzicate, invocazioni e preghiere dimenticate da tempo, ripescate affannosamente nel fondo della memoria.
Accanto a lei, seduto su una poltrona di cintz rosato, Anthony sonnecchiava. Aveva letto per sua moglie, fino a che lei non aveva fatto cenno di volere un po’ di silenzio.
Elizabeth sentì le ore trascorrere e mescolarsi allo stormire delle fronde e al fischio del vento contro le pareti di pietra della sua casa; le aveva sentite scorrere attraverso il ticchettio dell’orologio posto sulla cornice del camino.
Sapeva che quelle erano le ultime ore di vita. Lo sentiva con cristallina certezza. Non era pazza, lei.
Era lucida.
Aveva capito che suo marito non aveva creduto a una sola parola di ciò che lei aveva detto. Per lui, medico e uomo di scienza, era stato assai più comodo attribuire quelle parole a un delirio. Non era possibile che ciò che diceva sua moglie fosse vero. I suoi occhi si erano riempiti di una pena infinita e per un attimo, Elizabeth aveva scorto un fiotto di dolore. Infine, era subentrata l’incredulità. La compassione. La rassegnazione.
La credeva pazza. Tutti la reputavano fuori di senno.
Elizabeth si era lasciata andare, allora. Aveva accettato il laudano senza protestare.
Era così sola… ed era tanto, tanto stanca. Il suo corpo non le obbediva; persino respirare era divenuto faticoso; negli occhi di coloro che le stavano vicino leggeva pietà, o pena.
Così, Elizabeth scelse di non combattere più. Scelse di tacere perché nessuno le avrebbe creduto: né Mildred, che aveva sentito piangere fuori dalla porta, né suo marito che le aveva somministrato farmaci, né il suo collega che l’aveva invitata a riposare con uno sguardo indulgente. Scelse di arrendersi perché non voleva soffrire oltre.
Sarebbe morta, ma non sarebbe stata una malattia a portarla alla fine della sua vita.
“Perché?” si chiese, in un soffio. “Perché io?”
Doveva esserci un perché. Una ragione. Lei sapeva, lei aveva visto che qualcuno… o qualcosa esisteva. Sapeva che era vero. Non era un incubo: quell’essere l’aveva morsa davvero. Non era riuscita a ribellarsi, a gridare il suo orrore perché quella… cosa l’aveva fissata negli occhi e lei aveva capito, in un solo istante, che non ci sarebbe stata pietà. Si era sentita schiantata. Il suo corpo era ancora vivo ma la sua anima era stata disintegrata.
Anthony si mosse sulla poltrona, aprendo gli occhi. “Mi hai chiamato?” chiese, con lo sguardo impastato dal sonno.
Lei fece cenno di no, poi parlò, piano.
“Va’ a dormire, Anthony: sei esausto. Riposati” sussurrò.
Il marito la scrutò, sbattendo le palpebre. “No. Non voglio lasciarti sola…” rispose, rimettendosi in piedi a fatica.
“Chiama Mildred, allora” fece lei, a voce leggermente più alta. “Vai.”
Anthony scrutò con attenzione il viso della moglie: era rilassata, serena. Sembrava lucida, aveva persino un po’ di colore sulle guance. Nelle ultime ore aveva smesso di delirare e si era richiusa in un silenzio assorto e vigile, spezzato da brevi intervalli di sonno.
Una piccola, minuscola parte della mente dell’uomo si permise di sperare. Forse era stato solo un episodio… Perché non avrebbe dovuto riprendersi, perché Elizabeth non poteva migliorare? Forse c’era ancora speranza per lui.
Con un piccolo cenno, l’uomo annuì e si recò nella stanza della servitù, dove dormivano la cuoca e le altre donne di servizio. Chiamò Mildred che, insonnolita, si avvolse nella coperta, sistemandosi sulla stessa poltrona dove Anthony aveva sonnecchiato.
Elizabeth non disse una parola. Li guardò, con occhi lucidi e distanti, osservando i loro gesti con uno sguardo che solo apparentemente era quieto.
Si sentiva come coloro che guardano una nave portar via i propri cari, ferma su un pontile, con un’immensa sensazione di strazio, di vuoto. Ma non erano gli altri ad allontanarsi: era la sua esistenza che si stava allontanando da lei e non poteva far nulla per impedire che ciò accadesse. Era scritto, lo sentiva nelle vene. Era ancora lì, nella sua stanza, ma ormai non era più parte di quel mondo.
Era lontana. Ed era sola.


Una folata di vento più forte delle altre svegliò Elizabeth dal torpore in cui era scivolata. La luce proveniente dal lume era spenta, forse perché l’olio era finito; nel camino, un ceppo stava esaurendo la sua esistenza, corroso dal fuoco. L’aria nella stanza era fredda e sapeva di malattia.
Poco distante dal suo letto, Mildred russava sonoramente, avvolta nella coperta, con la mano sotto il mento. Povera donna, pensò Elizabeth. Alla sua età costretta a passare le notti su una poltrona così scomoda…
Un brivido di freddo le attraversò il corpo. Ebbe la sensazione che la temperatura nella stanza fosse scesa ulteriormente.
Il ceppo nel camino collassò su se stesso in una marea di scintille e per un istante la camera fu illuminata da quel bagliore rossastro. Poi la luce si abbassò, lasciando scivolare la stanza nel buio.
Ma quel fiotto di luce era stato sufficiente per Elizabeth.
Aveva visto una sagoma nera accanto alla finestra semiaperta.
Un grido inarticolato le sfuggì dalle labbra. Si voltò verso Mildred, frenetica, e cercò di chiamarla. Era lì, non lo vedeva? Perché non si svegliava?
“Non si sveglierà, Elizabeth.”
L’ombra nera aveva parlato. Si era avvicinata al letto e si era accostata a lei.
Si sedette. Il volto era in ombra, coperto da un velo d’oscurità. Gli occhi, azzurri, freddi, scintillanti galleggiavano nell’oscurità, fissandola.
La donna riuscì a sentire persino il materasso che cedeva affossandosi sotto quel peso. Fu un movimento leggero, quasi si trattasse del corpo di un bambino, ma non era così: qualunque cosa fosse, aveva la forma di un uomo adulto e ne possedeva anche la voce.
Non era un sogno, lei lo sapeva. I sogni non hanno peso. Non parlano.
Rimasero in silenzio. Solo il lieve borbottare di Mildred nel sonno e il crepitio della cenere nel camino spezzavano quell’atmosfera irreale. Lei attendeva che qualcosa, qualunque cosa avvenisse. Che tutta quella sofferenza, finalmente, avesse fine.
Improvvisamente, Elizabeth si sentì pervadere da una strana calma. Una pace sottile, paralizzante, che arrivò dritta al cuore. I suoi occhi si riempirono di lacrime, mentre si lasciava andare sui cuscini.
Era la prima volta che piangeva per se stessa. E pianse, Elizabeth. In silenzio, quasi con vergogna. Pianse per la sua vita senza amore, per tutta la solitudine che aveva dentro e che in quel momento la stava soffocando; pianse per tutto ciò che avrebbe voluto fare e che non avrebbe più potuto, per le figlie che non avrebbe visto crescere, per il dolore così reale della morte che l’attendeva.
Sarebbe stata dimenticata. Non in fretta, certo. Suo marito e le sue figlie avrebbero sofferto ma con il tempo si sarebbero abituati a quella sofferenza. I suoi domestici l’avrebbero ricordata come una brava padrona. I suoi libri… chissà che fine avrebbero fatto? Sarebbero finiti in un cassone in soffitta, proprio come i suoi vestiti, le sue cose… i suoi sogni.
Chiuse gli occhi.
Non sapeva chi era quell’essere. Non voleva più nulla. Solo morire e dimenticare.
Ciò che accadde dopo la colse di sorpresa. Sentì una mano ghiacciata sul viso, scostandole i capelli dalle guance fino ad accarezzarle il collo. Si lasciò andare contro i cuscini. Sentì la sua vita fremere nelle vene, in attesa di scivolare via. Non avrebbe fatto nulla per trattenerla.
All’improvviso, come un soffio di vento, delle labbra si poggiarono sulle sue.
Chiunque fosse quell’essere, la stava baciando.
In quegli istanti, Elizabeth sentì il suo cuore battere, carico di una forza che non aveva mai sentito in tutta la sua vita, come un’esplosione di luce al centro del cuore che si propagava a tutto il corpo, che la rese leggera. Viva. L’emozione più forte, intensa e dolorosa che avesse mai provato.
Dolce. Struggente.
Elizabeth si lasciò cadere in quel bozzolo di luce. Si abbandonò a quelle mani gelide.
Fu allora che l’ombra si staccò dalle sue labbra e si chinò sul suo collo, azzannandola.


Samuel avvertì con un brivido di piacere l’esatto istante in cui il cuore di Elizabeth smise di battere. Sentì il suo respiro bloccato a metà strada tra i polmoni e le labbra, vide la sua pelle perdere colore, gli occhi spalancarsi.
Si separò da lei un secondo dopo.
Non avrebbe saputo dire perché aveva deciso di baciarla. Forse era stato il suo viso, bello nonostante il pallore, o i suoi occhi così spaventati. Curiosità, forse. O forse una traccia della sua umanità, chi poteva dirlo? Comunque, non era stato spiacevole.
Si strinse nelle spalle, guardando le ombre disegnate dalle braci rossastre nella camera. Nutrirsi di Elizabeth era stato un raro godimento. Ucciderla era stato l’apice. La caccia era durata più del solito ed era stata molto divertente. Peccato fosse finita…
Lanciò un’occhiata ai piedi del letto. Laggiù, qualcuno - il marito forse - aveva abbandonato la copia del Fedone che Oliver le aveva fatto trovare sul tavolo.
Era aperto all’ultima pagina: era la morte di Socrate, avvelenato dalla cicuta.
<>
Samuel si alzò e sorrise. Lanciò un’occhiata verso Elizabeth Duskell: le sue labbra erano socchiuse, gli occhi sgranati, il volto cereo.
“La donna più bella e cosciente di Moray Place” sussurrò.
Poi afferrò il libro; si avvicinò alla finestra e si lasciò scivolare giù, verso la strada buia.
E la notte lo inghiottì.

4 commenti:

  1. Da quello che avevi anticipato nella chat di Officina, me l'immaginavo che sarebbe finita così... certi che questi vampiri sono stati proprio terribili con Elizabeth... però pure il marito è stato proprio un medico della sua epoca, nel senso che l'ha guardato con categorie che si usavano allora e che in fondo coglievano solo i segni esterni della malattia di una persona... e per essere un medico, in fondo, avrebbe potuto comunque tentare qualcosa in più, se si sentiva davvero in colpa e teneva a lei...
    Cristina

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  2. Nessun odio. ^_^

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  3. Wow, che brava scrittrice che sei!!

    Una curiosità... Ma i libri di autori Scozzesi/Inglesi li leggi in lingua originale?

    Ciao cara, a risentirci ^-^

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  4. Per me è stato giusto così, non ne valeva la pensa cambiare finale. é nella natura dei vampiri non provarepietà o rimorso, anzi, per me hai fatto un ottimo lavoro. Brava.
    Attendo un'altra puntata su di loro.

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