martedì 29 dicembre 2009

La signora in viola (seconda parte)

e ecco a voi il seguito... Per chi non ha letto la prima parte, la troverete nei post precedenti.
Come al solito, ogni commento e/o suggerimento sarà gradito.



Le giornate di Elizabeth Duskell scorrevano tutte uguali. Colazione. Ordini in cucina. Organizzazione della giornata per Violet e Satine. Cura dei conti e della corrispondenza. Passeggiata, se il tempo lo permetteva. Pranzo leggero. Eventuali visite. Cena.
Lettura.
Era quest’ultimo il momento che amava di più nella giornata.
Dopo aveva saputo della relazione del marito, Elizabeth aveva raccolto i cocci della dignità e dell’amore ferito ed era andata alla ricerca di qualcosa che le tenesse la mente impegnata, aiutandola a sfuggire al dolore. Il ricamo non era servito a molto: in un paio di occasioni, aveva persino spezzato l’ago, stringendolo con troppa forza.
La lettura era stata la seconda scelta.
Un pomeriggio si era recata in biblioteca e aveva scelto gli scritti di Seneca. Il grande filosofo latino l’aveva sorpresa e affascinata, tanto che era andata alla ricerca di altri testi del medesimo genere. Ancora dopo, aveva scoperto la Patristica; poi Platone e Aristotele.
L’interesse di Elizabeth per la filosofia era cresciuto come un albero privo di sostegno: aveva letto quelle opere con avidità, senza metodo, affondando con la mente nelle teorie che si dipanavano sotto i suoi occhi. In breve, il desiderio di sapere si era trasformato in una passione sregolata e famelica che l’assorbiva interamente.
Così, un giorno si era resa conto che la sofferenza non era più cocente come prima e che al posto della ferita aperta vi era una cicatrice. Dolorosa, certo, ma pur sempre una cicatrice. La filosofia l’aveva aiutata moltissimo e i libri erano diventati parte del mondo che si era costruita per sfuggire alla solitudine.
Fu con un sussulto che, quella mattina, notò un volume di pelle color borgogna sul suo tavolino da toilette. Si avvicinò, prendendolo tra le dita. Corrugò la fronte.
Non era suo. Non lo aveva mai visto prima.
La pelle era morbida, l’incisione sul dorso nuova, impressa nel cuoio: era un’edizione costosa, di gran pregio. Lo tenne tra le mani per alcuni secondi prima di aprirlo, domandandosi a chi potesse appartenesse. Forse a suo marito? No… Era tornato molto tardi, quella notte, e aveva dormito nel suo studio risparmiandole così di sentire l’odore del suo corpo impregnato del profumo di un’altra donna.
A chi poteva appartenere?
Lo aprì, curiosa.
Era il Fedone di Platone. Il dialogo dedicato alla morte di Socrate.
Scorse le pagine, rapida. Nessuna scritta o dedica, nessun timbro.
Chi poteva essere stato a metterlo lì? Di certo, non suo marito: Mildred, la cameriera, le aveva detto che il signor Duskell l’aspettava dabbasso per far colazione e che sarebbe salito in camera a cambiarsi solo dopo che Elizabeth fosse uscita.
Qualcuno dei domestici? Era poco plausibile.
Ma allora come c’era arrivato?
Rigirò il volume tra lei mani. Era nuovo: aveva quell’inconfondibile odore di carta che hanno i libri appena usciti dalla tipografia; la copertina era liscia, senza graffi. Incapace di trovare una spiegazione, si lasciò cadere sullo sgabello dinanzi allo specchio.
I suoi grandi occhi da cerbiatta, castani screziati di nocciola, fissarono l’immagine sbigottita nello specchio: l’espressione corrucciata, le labbra rosa socchiuse e il respiro leggermente accelerato. Sul volto chiarissimo erano apparse due chiazze rosse e i capelli, castani e lucidi, scivolavano fuori dalla treccia in cui li legava ogni notte, incorniciando il suo viso ovale e delicato.
Tornò a fissare il libro, poggiato sulle sue ginocchia.
Era estraneo e invitante. Misterioso. Inquietante.
Elizabeth si guardò allo specchio, di nuovo, attraverso le lunghe ciglia scure. D’improvviso, un brivido freddo le percorse la schiena, come una carezza fatta da dita gelate. Lasciò cadere il libro, turbata, e si guardò attorno nella stanza deserta.
Dall’altra parte del cortile, oltre il muretto di pietra grigia, dietro una spessa tenda di raso avorio, Oliver Gordon sorrise compiaciuto.


Quella mattina, Elizabeth accompagnò Mary e le bambine ai Queen’s Garden, poco lontano da Moray Place. Portò con sé il libro che aveva trovato. Era ansiosa, e non solo per il desiderio di leggere quell’opera: la curiosità di sapere come fosse giunto nella sua stanza non le dava tregua. Nessuno dei domestici sapeva nulla e suo marito aveva scosso la testa, limitandosi a un’occhiata distratta.
Seduta su una panchina, iniziò a leggere. Il cielo era plumbeo, chiuso, e una luce malata velava il giardino immerso nel silenzio. Satine e Violet giocavano con il cerchio, a pochi metri da lei, sotto gli occhi attenti di Mary.
Mentre era immersa nelle parole dei discepoli di Socrate, un grido di Violet la strappò alla lettura. La piccola era ruzzolata a terra, urtando un uomo che le si era parato dinanzi all’improvviso. Elizabeth si alzò di scatto, correndo verso la figlia che piagnucolava, indicando il ginocchio; Mary la prese in braccio portandola alla panchina.
Elizabeth soffocò un sospiro di stanchezza, poi si volse all’uomo: Violet era molto vivace, spesso combinava pasticci e a lei toccava sempre scusarsi.
Quando alzò il viso per parlare, però, la bocca le si seccò.
L’uomo che aveva davanti era… indescrivibile. Di una bellezza aristocratica. Viso ovale, capelli biondo scuro, fisico asciutto, vestito con abiti di grande qualità. Sul volto un’espressione di noia, quasi di fastidio, che Elisabeth attribuì all’incidente appena avvenuto.
Di colpo, si sentì confusa. Avvertì un brivido di gelo risalire dalle sue caviglie su per le gambe, fino alla schiena. Un freddo improvviso l’aggredì, paralizzandole il corpo. Gli occhi distaccati di quell’uomo la fissarono con sicurezza per una manciata di secondi, quasi come se la conoscesse. Erano azzurri, scuri e freddi.
La donna sentì il cuore accelerare e deglutì. Per la seconda volta in pochi giorni, un uomo sconosciuto generava in lei una sensazione intensa, inspiegabile, che le toglieva ogni capacità di reazione, trasformandola in una creatura spaventata.
Stavolta riconobbe subito la paura.
Era lo stesso terrore inspiegabile e angoscioso che aveva provato dinanzi all’uomo con gli occhi grigi e morti. Una sensazione di minaccia, sconvolgente per la sua forza.
L’uomo si limitò a sorridere, stringendo gli occhi: un sorriso senza calore, che acuì il senso di panico di Elizabeth. Inclinò il capo e parlò, con voce roca, oltrepassandola con un unico movimento fluido.
“Scuse accettate!” sussurrò, come un soffio di vento contro il suo orecchio.
Elizabeth rimase a bocca aperta, mentre sua figlia continuava a frignare. Immobile al centro del vialetto di ghiaia, incapace di reagire, lo vide sparire tra le ombre degli alberi.


“Già ti parrà sorprendente che, di tutti i fatti umani questo solo sia indiscutibile, e che mai succeda – come negli altri casi – che in certe circostanze e per determinate persone sia meglio morire che continuare a vivere; ma per questi avvantaggiati dal morire, ripeto, per queste persone è sacrilego procurarsi con le proprie mani un bene, ma debbano attendere un benefattore estraneo”.
Le parole di Platone colpirono Elizabeth. Sembrava quasi che fossero state scritte apposta per lei, per quel momento. Aveva lottato per resistere ai colpi bassi del destino, ma adesso si sentiva così stanca...
Amava moltissimo le sue figlie. La servitù la considerava una buona padrona e la rispettava. Aveva salute intelligenza. Eppure non bastava. Si sentiva distante da loro. Da tutti.
Perché era poco amata.
Talvolta, aveva la sensazione di vivere in un mondo a parte, separata dal resto dell’umanità, lontana persino da se stessa. Era come un albero in mezzo alla brughiera: sola, spazzata dal vento, con i rami protesi verso il cielo.
La solitudine l’aggrediva alla gola e le toglieva lucidità. La annichiliva. L’angoscia la sommergeva e doveva battersi con tutte le sue forze per reagire.
Eppure, era in quei momenti di disperazione che Elizabeth si sentiva viva. È solo un po’ di tristezza. Passerà, si diceva. Alzerò di nuovo la testa. Guarderò avanti.
Quella notte stava affrontando uno di quei momenti. E non era per niente facile.
Durante la sua passeggiata mattutina aveva incontrato una sua conoscenza, una certa Mrs. Florence, che le aveva accennato che suo marito era stato visto in compagnia della signora Selkirk.
Dietro le parole di solidarietà, Elizabeth aveva avvertito il piacere maligno che provava quella donna nel raccontarle del comportamento sfacciato del marito. Unica, misera vittoria, era stata la maschera di indifferenza con cui si era difesa e che aveva lasciato insoddisfatta la curiosità scoramento morbosa di Mrs Florence. Era tornata a casa con il viso impassibile e il cuore pesante per l’ennesima umiliazione.
Adesso, sola e insonne, distesa nel letto, teneva tra le mani il misterioso volume che aveva trovato sul tavolino. Leggendo quelle parole, aveva sentito un morso doloroso. Era in momenti simili che sentiva la vita come un peso, che desiderava qualcuno che la sollevasse dall’esistenza.
Scosse la testa, stizzita: non erano ragionamenti sensati, i suoi. La stanchezza di vivere era tanta, l’amarezza ancor di più, ma non avrebbe permesso allo sconforto di averla vinta. Se così fosse accaduto, si sarebbe spenta in poco tempo.
Immersa in quei pensieri, non si accorse subito della strana sonnolenza che l’avvolgeva. Fu una sensazione improvvisa, estranea, che la vinse in pochi istanti senza che potesse opporsi. A quel torpore, si sostituì uno stato di calma che le impregnò la mente. Fatica, sofferenza, umiliazione scivolarono lungo la china della sua consapevolezza, rotolando fino all’incoscienza.
Fu così che, senza accorgersene, Elizabeth cadde in un sonno oscuro e senza memoria.


Nascosto tra le ombre della notte, Oliver lanciò un’occhiata distratta all’interno della stanza di Elizabeth Duskell. Dormiva profondamente. Tra le sue dita, il Fedone ancora spalancato. La luce era stata spenta.
Sul suo collo, un’ombra nera.
Dalle labbra della donna sfuggì un sospiro accennato, simile a un gemito. La testa si spostò di lato e la treccia si disfece, sparpagliando i suoi capelli sul cuscino. L’ombra, allora, inclinò il capo, sollevando il corpo di Elizabeth fino a che non trovò la piega morbida del collo e si accostò ad esso. Lei gemette di nuovo. Più forte.
Sembrava quasi che l’ombra la baciasse con passione.
Sembrava.
Dopo alcuni minuti, la sagoma scura si staccò da lei; si mescolò al buio della stanza e sparì dietro le cortine delle tende, scivolando fuori attraverso la finestra. Dal muro, risalì sul tetto, confondendosi con le altre ombre.
Elizabeth rimase immobile, abbandonata sul cuscino. Il suo volto era diventato pallido, segnato da lunghe occhiaie; le labbra rosate avevano uno strano colore grigiastro e dalla bocca aperta usciva un respiro affannoso, sibilante.


Samuel raggiunse Oliver, disteso sulle tegole di ardesia del palazzo al numero dodici di Moray Place; si pulì le labbra, passando il pollice sul labbro inferiore. Era meno pallido; il suo viso angelico sembrava persino roseo.
“Sei stato rapido” considerò Oliver contemplando il cielo notturno, insolitamente sgombro di nubi. I suoi occhi vagarono con lentezza sui tetti della città vecchia. “È ancora viva?” chiese.
“Sì. È un corpo resistente. Credo proprio che la signora Duskell darà grandi soddisfazioni” rispose Samuel, stendendosi accanto a lui.
“Sei stato tu a regalarle la copia del Fedone?”chiese, dopo un po’.
Oliver inarcò le sopracciglia con un’espressione ironica. “Sì. Visto che la signora Duskell vedrà presto la fine dei suoi giorni, ho pensato che fosse un dono adatto. Plutarco racconta che Catone abbia passato la notte prima di suicidarsi leggendo quest’opera, cercando una risposta a ciò che tutti gli uomini si chiedono: cosa ci aspetta dopo la morte? Scoprì così che il coraggio e l’onore, doti di cui la nostra vicina sembra essere ben fornita, permettono all’anima di trionfare sul corpo.”
Samuel ebbe una risata secca. “Hai un senso dell’umorismo perverso”. Commentò, fissando il cielo nero, insolitamente sgombro di nubi. Rimase in silenzio per pochi istanti, poi riprese a voce bassa, quasi con un sussurro.
“Però… hai ragione. Anima contro corpo. È questo che contraddistingue la nostra esistenza, Oliver: gli esseri umani sono anima e corpo; noi siamo corpi senza anima. Quello che togliamo loro è ciò che noi non possiamo più avere.”


Il mattino dopo il cielo era livido, grigio. La pioggia rendeva lucido il selciato di pietre di Moray Place e le carrozze passavano dalla piazza slittando e cigolando sulle molle.
Al secondo piano del numero dieci, un lume acceso.
Elizabeth Duskell era debolissima, quel giorno. Si era svegliata con un pesante senso di oppressione al petto; le sue mani tremavano e nel momento in cui aveva tentato di mettersi in piedi, era caduta di schianto. Preoccupate per la salute della signora, la bambinaia e la domestica avevano chiamato il padrone. Anthony Duskell si era trovato dinanzi una donna pallida, incapace di muoversi, che lo fissava attraverso palpebre violacee e socchiuse.
“Dio mio, Elizabeth…” mormorò, prendendole la mano. Era gelida.
La donna tentò di parlare ma non ci riuscì. Il medico diede subito ordine che portassero dello sherry e i sali. Non riusciva a capire cosa potesse essere accaduto: sembrava vittima di una sorta di anemia fulminante o di una strana forma di esaurimento.
Per tutta la giornata, Anthony Duskell restò accanto alla moglie, guardando il suo petto che si alzava e si abbassava a fatica, sotto il peso del respiro. Nella stanza, il tempo sembrava sospeso, immobile. Silenzioso.
Anthony le tenne la mano; lei stringeva la sua, nei momenti in cui si sentiva più in forze. Solo dopo il tramonto, Elizabeth riuscì a parlare: raccontò di uno strano malessere che aveva avvertito già la sera prima, di come si fosse sentita debole al risveglio. Il marito l’ascoltava in silenzio, con la fronte corrugata, cercando di fare una diagnosi.
Fu quasi per caso che si rese conto di tenere ancora la mano della moglie. Elizabeth aveva una stretta debole: le sue dita erano ancorate alle sue, quasi avesse paura di lasciarlo andare via.
Anthony accolse quella sensazione con un misto di sorpresa e disagio. Sapeva di non provare nulla per la moglie, che aveva sposato senza amore per volontà della sua famiglia, così come sapeva di averle inflitto più dolore di quanto lei meritasse. Eppure, quella stretta lo consolava. Si sentì rassicurato. Assolto.
Sì, perché in fondo all’anima provava una sorta di senso di colpa per quella donna così bella e distante: Elizabeth lo aveva amato, e molto; lui non ci aveva neanche provato. Quando lei aveva compreso che non poteva aspettarsi alcun affetto da parte sua, lo aveva chiuso fuori dalla sua vita.
Ora, per la prima volta in tutto il loro matrimonio stavano condividendo qualcosa. All’improvviso Anthony capì che non voleva rinunciare a quell’intimità, per quanto effimera potesse essere. Capì che voleva una seconda occasione con Elizabeth, e che doveva meritarsela.
Così, le strinse la mano e si sedette accanto a lei.

venerdì 18 dicembre 2009

Elena Depaoli... una nuova penna!

E' con vero piacere che promuovo il libro di una giovane autrice, Elena Depaoli, una ragazza simpaticissima e molto alla mano. Il suo romanzo, edito con Neftasia, esce oggi e promette un gran bene.
Leggete un po'... ^_^

http://www.ibs.it/code/9788860381132/de-…

http://www.provedi.it/pages/se_ricerca.a…

http://www.wuz.it/catalogo/libri/cerca.a…


Titolo: Come posso farcela

Editore: Neftasia

Codice isbn: 978-88-6039-113-1

Elena Depaoli, studentessa dell’Università di Pavia, è una degli autori del sito Dols. e ha collaborato con la rivista incentrata sul marketing Dailynet. Ha anche collaborato con alcuni articoli per Ragazza Moderna e Cioè. Questo è il suo primo romanzo.

Frase tratta dal libro: Lavoravo ai suoi ordini da due giorni ed ero già convinta che l’assassinio era da legalizzare se perpetrato contro di lui.

Dopo l’ennesimo colloquio di lavoro fallito, Melissa conosce un uomo in un bar, che si rivelerà essere il proprietario della più importante agenzia letteraria cittadina. Colpito dalle affermazioni della ragazza, le offre una grandiosa occasione: diventare l’assistente del vicepresidente. La promessa di uno stipendio da favola e benefit a non finire spinge Melissa a firmare immediatamente il contratto, senza sospettare che è come se avesse firmato un patto col demonio. Il vicepresidente è Ludovico Castelli, intelligentissimo ma altrettanto capriccioso erede dell’attività, di appena diciotto anni. Il lavoro consiste nel fare da balia al ragazzo e nel tenerlo lontano dai guai, ma lui le rende la vita difficile e cerca in ogni modo di farla licenziare. Impegnata a evitare i colpi bassi del suo capo, Melissa non si accorge nemmeno che l’affascinante fratello maggiore di lui ha deciso che è perfetta per diventare la sua moglie con contratto di scadenza…


visto? E' una trama molto carina!
il suo blog si chiama fantsiche avventure e potete trovare il link a lato!

martedì 15 dicembre 2009

Il marchio del Lupo

Per tutti coloro che lo hanno letto e amato. Per chi, ancora non lo ha letto. Per regalarvi una nuova storia..
ecco a voi


IL MARCHIO DEL LUPO

Northumberland, ottobre 1820

Il calore del camino non riusciva a scacciare il freddo della notte, così come la luce delle fiamme non intaccava il buio in cui era immersa la stanza.
“Spogliati”.
La ragazza sgranò gli occhi azzurri, attonita. Provò ad accennare una protesta.
“Subito. Non farmi perdere tempo.”
Lei si morse le labbra. Avrebbe voluto protestare ma non lo fece. Doveva obbedire.
Tenendo gli occhi bassi, sciolse i nastri della biancheria da notte con gesti incerti. Tolse la vestaglia, poi la camicia di notte di pizzo scivolò ai suoi piedi. Lasciò cadere le braccia lungo il corpo e rimase al centro della stanza, nuda, con i pugni chiusi.
La luce rossa del fuoco era l’unica cosa che la copriva.
C’era un uomo davanti al camino, sprofondato in una larga poltrona di velluto chiaro. Era vestito con eleganza, sebbene in quel momento il plastron fosse allentato e il gilet aperto. I capelli scuri, disordinati, ricadevano sul viso in piccole onde; le mani erano larghe, forti.
Gli occhi nocciola studiarono con distacco lo spettacolo di quel corpo nudo. Fu un esame attento, privo di passione o desiderio. Impietoso.
“Sì, sei ben fatta. Hai fianchi un po’ stretti ma non dubito che si allargheranno con il primo figlio.”
A quelle parole, il volto pallido della ragazza divenne scarlatto. L’uomo ignorò la sua vergogna e passò dall’esame obiettivo a quello pratico. Si alzò in piedi, si avvicinò; iniziò a girarle attorno mentre la ragazza rimaneva immobile, in silenzio. Lei avvertì nel suo alito un leggero odore di alcool: whiskey, forse.
L’uomo le poggiò una mano sul suo petto e la fece scorrere sui seni, poi giù, fino al ventre. Era calda, forte. Possessiva. La giovane rabbrividì al contatto con quella mano ruvida, mentre la sua pelle chiara si copriva di un velo di sudore: scosse la testa e i lunghi capelli color bronzo scivolarono sulle spalle.
A un tratto, l’uomo inclinò la testa, incuriosito. L’afferrò per il braccio e la costrinse a voltare la schiena verso la luce.
“Questo cos’è?” chiese.
Una macchia scura riluceva sulla spalla sinistra della ragazza. Lei sussultò sentendosi sfiorare su quel punto. Deglutì e rispose in fretta, senza guardarlo. “Una voglia che ho fin dalla nascita.”
L’uomo si strinse nelle spalle. “È un’imperfezione con cui posso convivere.”
Si staccò da lei e con un gesto indolente, indicò il grande letto matrimoniale alle sue spalle.
“Sul letto. In fretta”, ordinò, sfilandosi la giacca.
La ragazza obbedì. Si muoveva a scatti, con imbarazzo, cercando di coprire il suo corpo nudo. Con un unico gesto s’infilò sotto le coperte e le tirò su fino al mento.
L’uomo la squadrò con un’occhiata di scherno. Afferrò le coperte e le strappò via.
Lei sbarrò gli occhi, ormai in preda al panico. “Io non… Per favore, no…”, sussurrò. La sua voce era carica di angoscia.
L’uomo rimase indifferente a quella preghiera. Non si tolse neanche gli stivali: si stese su di lei e la schiacciò con la mano sul materasso, poi insinuò le gambe tra le sue e le costrinse ad aprirle.
“Sì, invece.”


Un mese dopo

“Un lupo, dite?”
Il cavallo scartò bruscamente, nel sentire il sussulto di sorpresa del suo cavaliere. Justin tirò le redini, costringendo l’animale a fermarsi e riportò la sua attenzione sul vecchio amministratore della sua proprietà.
Quasi una dozzina di pecore giacevano morte attorno a loro, lungo il pendio della collina di fronte alla fattoria. Qualunque animale fosse stato, aveva agito con una furia incredibile: alcune erano state azzannate, altre giacevano squartate. Pezzi di carcasse erano disseminati tra l’erba schizzata di sangue, e alcuni pastori li stavano raccogliendo per bruciarli. Justin si guardò attorno, contrariato. A pochi metri da lui, il bosco offriva un riparo perfetto per gli animali selvatici.
“Un lupo da solo non può compiere questo scempio, Jebediah”, commentò con asprezza Justin, guardandosi attorno. “Deve trattarsi di un branco.”
“O di una bestia molto grossa” rispose il pastore.
Con rabbia, Justin sbatté il frustino contro lo stivale. “Maledizione! Proprio adesso che stavamo per avviare il nuovo allevamento!”. Si passò la mano tra i capelli scompigliati per la cavalcata e respirò a fondo per riprendere la calma.
“Sistemate le trappole lungo il confine esterno del bosco”, ordinò. “Rinchiudete le pecore e mettete due uomini di guardia armati. Voglio la pelle di quelle bestiacce, ci siamo intesi, Jebediah?”
L’uomo chinò la testa, angustiato. “Sì, padrone.”
Justin tornò verso casa, carico di rabbia verso il mondo intero. Aveva venduto la sua libertà per essere indipendente. Non avrebbe permesso al destino di metterlo di nuovo sotto scacco.


Justin Galdwell era stato un giovane affascinante e scanzonato, figlio di un proprietario terriero del Northumberland. A vent’anni era il beniamino di molti salotti di Londra e delle signore che lo frequentavano. Viveva come solo i rampolli di famiglie facoltosi possono vivere: senza pensieri o preoccupazioni per il domani.
Poi, un pomeriggio dell’estate del 1810, una lettera di suo padre lo aveva richiamato a Galdwell Manor, in gran fretta. E lì il suo mondo era crollato.
Suo fratello Ben, il primogenito, aveva portato la famiglia al disastro finanziario: aveva giocato d’azzardo, tanto che aveva perso tutta la sua rendita e quasi azzerato le loro ricchezze. Quando suo padre lo aveva scoperto, era stato costretto a ipotecare Galdwell Manor per evitare di finire sul lastrico. Il nome di Ben, ormai, era rovinato.
Il primo istinto di Justin era stato quello di andare da suo fratello e spaccargli la faccia. Chiese dove fosse, in preda all’ira. A quelle parole, sua madre scoppiò in lacrime, e fuggì via dallo studio. Suo padre lo aveva fissato negli occhi, addolorato: Ben, spiegò, era andato via da Galdwell Manor alcuni giorni prima, dopo una tremenda lite. Non avevano sue notizie da allora.
Il mondo dorato di Justin era divenuto grigio come il piombo in pochi minuti. Nulla sarebbe stato più come prima: lo attendeva un futuro di ristrettezze e angoscia. Ne ebbe la conferma quando, alcuni giorni dopo, alcuni pastori portarono a Galdwell Manor un cadavere straziato dai morsi degli animali. Aveva addosso gli abiti di suo fratello Ben e al dito l’anello con il suo monogramma. Nella tempia destra, un foro di proiettile.
Il ricordo del corpo putrefatto di suo fratello perseguitò Justin per anni. Sua madre, affranta, morì a distanza di pochi mesi. Suo padre, un uomo forte, generoso e dalla tempra robusta, alcuni anni dopo
Dopo quasi un decennio di prestiti e dilazioni, il matrimonio aveva cambiato le sue prospettive. Aaron Bredford, un vecchio squalo che possedeva mezza Newcastle, lo aveva messo con le spalle al muro: sua figlia e una ricca dote contro tutte le sue cambiali.
Justin aveva riflettuto solo un istante prima di accettare. Non aveva nessuna donna, e nessuna ragazza di buona famiglia avrebbe mai accettato di sposare uno come lui, che rischiava di finire in carcere per debiti. Molto probabilmente, il nome dei Galdwell sarebbe morto con lui. Barattare la sua libertà con una tranquillità economica che riteneva irraggiungibile gli era sembrato vantaggioso.
Effettivamente, così era stato.
Dal giorno del suo matrimonio non aveva più alcun debito. Nessun creditore era più venuto in casa, minacciando di pignorare i mobili. L’ipoteca sulle terre era stata cancellata.
Era una sensazione di libertà meravigliosa, dopo anni di debiti e affanni che gli avevano strappato l’allegria, costringendolo a crescere bruscamente. Ma, nello stesso tempo, Justin si sentiva impastoiato da quell’anello all’anulare. La sensazione di quel legame era soffocante.
Subito dopo la cerimonia nuziale, aveva preso Chloè e l’aveva portata a casa, confinandola nell’ala più lontana di Galdwell Manor, una vecchia costruzione di pietra grigia risalente al periodo Tudor, immersa nella brughiera a ridosso del Vallo di Adriano.
Dopo aver consumato il matrimonio, le aveva fatto sapere di non volerla vedere; non le aveva assegnato una cameriera, né aveva detto alla servitù di considerarla la nuova signora di Galdwell Manor.
Quando andava da lei, era sbrigativo ai limiti della violenza.
Sentiva di detestarla, a volte. Era l’unico fastidioso impiccio di una transazione commerciale molto vantaggiosa: Bredford aveva comprato lui. Lui si era accollato quel manichino biondo. E ora, stava sfogando la sua frustrazione su di lei per esser stato costretto al matrimonio.
La sua priorità era riportare la tenuta di Galdwell Manor alla produttività: aveva greggi, una grande fattoria e un bosco su cui esercitava diritto di legnatico. Insieme al suo amministratore, il signor Hart, aveva progettato migliorie per i campi e gli allevamenti, che seguiva personalmente.
Non aveva paura di sporcarsi le mani, Justin: aveva dovuto farlo, nei dieci anni precedenti. Aveva spaccato la legna, riparato tetti e munto vacche. Del ragazzo scanzonato non era più rimasto nulla. Adesso era un uomo indurito che voleva tornare a vivere ed essere sereno.
E ora, quei dannati lupi stavano decimando gli allevamenti…
Justin spronò il cavallo al galoppo, infuriato. Li avrebbe uccisi. Tutti.


Chloè Bredford si ritrovò a guardare il soffitto, dopo un’ennesima notte agitata. La luce lattiginosa dell’alba filtrava attraverso le tende della sua camera da letto, a Galdwell Manor. Sospirò con lentezza, prima di mettersi seduta.
Era sposata poco meno di un mese con Justin Galdwell e, da allora, era sepolta viva in quello sperduto angolo del Northumberland popolato da nebbia, pioggia e pecore.
Chloè aveva un carattere timidissimo e remissivo. Era quel tipo di ragazza che non guardava mai in faccia gli uomini, che sussurrava anziché parlare e che accettava senza protestare le decisioni prese dagli altri per suo conto.
Suo padre, Aaron Bredford, ricco commerciante di Newcastle, aveva gestito la vita della figlia come una delle sue aziende: con pugno di ferro. Sua madre era morta quando lei aveva otto anni e suo fratello Ethan, dieci. Così, la bambina si era trovata sola: suo fratello era sparito in un collegio e da allora aveva perso i contatti con lui.
Non appena adolescente, Chloè fu mandata a vivere a Wildgreen, una tenuta di campagna che apparteneva a sua madre, con una coppia di vecchi domestici e Bruce Thompson, un uomo di fiducia del padre cui era stato assegnato il compito di sorvegliarla a vista.
Fu un esilio, durato quasi otto anni. Alla ragazzina non fu mai consentito di tornare in città o visitare il fratello. Suo padre ignorava le sue lettere.
Era vissuta a Widgreen fino a che, una mattina di due mesi prima, Aaron Bredford venne di persona per comunicarle che si sarebbe sposata.
Il suo futuro sposo si chiamava Justin Galdwell, ultimo – e povero in canna – proprietario di Galdwell Manor, un’antica dimora nobiliare che sorgeva quasi a ridosso del Vallo di Adriano. Una residenza dimenticata da Dio e dagli uomini, immersa in una valle fredda e nebbiosa in cui, suo padre affermò, si sarebbe trovata benissimo.
Chloè aveva tentato di protestare ma un’occhiata del padre, seguita da un ceffone la riportò al silenzio. Non si era mai ribellata a suo padre e non iniziò a diciannove anni. Accettò, sebbene, terrorizzata dalla prospettiva.
Dopo alcuni giorni, chiese a Bruce perché il signor Galdwell non venisse a trovarla: seppe che era al sud, per alcuni affari e non aveva tempo di venire. Conobbe suo marito poche settimane prima del matrimonio: era un bell’uomo, di circa trent’anni, con capelli scuri, il viso duro e le labbra segnate da una piega amara, quasi stizzita.
Già allora, Chloè si era resa conto che il suo matrimonio sarebbe stato infelice. Lo aveva capito dallo sguardo seccato, quasi infastidito con cui il suo futuro marito l’aveva squadrata. Non andava mai a trovarla a Wildgreen: si limitava a mandarle fiori o piccoli omaggi. Pochi giorni prima delle nozze suo padre l’aveva riportata a Newcastle e lì Justin le aveva regalato l’anello di fidanzamento.
Ma non vi era stata alcuna manifestazione di affetto. Nessuna parola gentile.
Chloè era timida ma non stupida. Nessun uomo poteva desiderare di unirsi in matrimonio con una donna che non aveva mai frequentato, o almeno conosciuto… Nessun uomo che non vi fosse costretto, almeno.
Bastarono poche domande alla cuoca e alla governante di casa Bredford per sapere la verità: Justin doveva dei soldi a suo padre. Parecchi soldi. Se avesse voluto, Aaron Bredford avrebbe potuto mandarlo in rovina ma, anziché agire così, suo padre aveva preferito contrattare. La possibilità di ripianare i suoi debiti in cambio di una moglie e una ricca dote era stata la sua offerta.
Justin Galdwell non si era lasciato scappare l’occasione di sfuggire ai creditori e aveva accettato. Aveva saldato tutti i suoi debiti e le sue cambiali sarebbero state stracciate il giorno delle loro nozze.
Neanche allora Chloè si ribellò. Non ebbe il coraggio di chiedere spiegazioni a suo padre, men che meno di parlare con Justin. Capì che nessuno avrebbe potuto aiutarla, che era solo una merce di scambio, sia per suo padre che per il suo futuro marito.
Ma del resto, chi avrebbe potuto volere una come lei?
Sin dalla prima notte di matrimonio, suo marito era stato brutale con lei. L’aveva umiliata, costringendola a spogliarsi e poi, ancora vestito con gli abiti da viaggio, l’aveva fatta stendere sul letto, le aveva allargato le gambe e l’aveva deflorata.
Il mattino dopo le aveva comunicato con un biglietto che avrebbe ripetuto le sue “visite” due sere la settimana, chiedeva che lei gli facesse sapere quando non era disponibile e ordinava che non si facesse trovare tra i suoi piedi durante il giorno.
Così era stato.
Era un’ospite tollerata a mala pena, a Galdwell Manor.
La sua notte di nozze e l’atteggiamento sprezzante di Justin nei suoi confronti erano la logica conseguenza dell’accordo tra suo padre e lui. Il modo in cui l’aveva trattata - e continuava a trattarla - dimostrava che non aveva alcuna intenzione di accoglierla nella sua vita.
Non ne era stupita, né soffriva per il disprezzo di suo marito.
Era abituata a questo.
Suo padre la disprezzava. Ethan la snobbava. I suoi servitori a Wildgreen la detestavano. Solo una persona l’aveva trattata con amore: sua madre. Ma lei era morta e a Chloè non rimanevano che i ricordi di una bambina ignara del futuro.
Con un sospiro pesante, Chloè buttò i piedi fuori dal letto, tentando di scrollarsi di dosso quei pensieri amari. Rabbrividì per il freddo umido che impregnava la stanza e, con un gesto inconscio, massaggiò i polsi segnati da cicatrici che risaltavano sulla pelle chiara.
Si guardò attorno: la sua era una camera grande, arredata con mobili che testimoniavano tempi ricchi e prosperi, ormai passati. I colori delle tende di velluto erano sbiaditi, i bordi delle poltrone consunti, il camino spento. Su tutto, un velo di polvere, segno che il personale era stato ridotto al minimo.
Clhoè scosse la testa, amareggiata. Aveva sperato, un tempo lontano, di poter essere felice. Sin dall’adolescenza però, aveva saputo che questo sarebbe stato difficile, se non impossibile.
Ora, anche quella speranza era morta.
E il peggio, lo sapeva, doveva ancora venire.


Quella notte, un urlo immenso squarciò il silenzio delle colline che circondavano Galdwell Manor. Era ferino, disumano. Carico di dolore. Talmente accorato da sembrare un lamento.
Justin schizzò fuori dal letto, guardandosi attorno alla luce delle braci del camino. Udì urla concitate, rabbiose. Corse alla finestra da cui s’intravedeva la fattoria: torce e figure umane si agitavano nel buio. Quasi simultaneamente, bussarono alla sua porta. Era Hart, l’amministratore.
“L’hanno visto, signore!” esclamò: era vestito solo con la camicia da notte infilata alla meno peggio nei pantaloni”. È un lupo, uno solo. Ed è enorme, una bestia colossale! Ha aggredito Jebediah, mozzandogli la mano. Lo stanno inseguendo.”
“Dove?” chiese Justin afferrando calzoni, giacca e stivali da cavallo. La notizia gli aveva snebbiato la mente ancora impastata nel sonno.
“Si stava dirigendo verso la casa padronale, poco fa… Il figlio di Jebediah è venuto a chiamare per chiederci di partecipare alle ricerche.”
“Siete armato, Hart?” chiese Justin, dirigendosi verso la scrivania dove custodiva la pistola. Non aveva tempo di preparare il fucile da caccia.
“Ho dato ordine a Smyters di preparare fucili e cavalli. Ci aspetta nelle stalle.”
Justin approvò con un cenno e si precipitò giù per le scale.
Nelle scuderie, uno sparuto gruppo di servitori attendeva ordini. Alcuni avevano dei randelli, altri erano armati di forconi e roncole. Smyters, il capo stalliere, stava distribuendo i fucili.
“Dividiamoci in gruppi da tre”, ordinò Justin. “Portate le torce! Svelti, andiamo!”
Justin e l’amministratore montarono a cavallo, armi in pugno, dirigendosi subito verso i campi dietro la casa.
La notte era gelida, limpida; un’immensa luna piena rivestiva di un freddo colore argenteo la brughiera velata dalla foschia.
“Dove l’hanno visto, Hart?” chiese il padrone, guardandosi attorno.
“Verso nord, in direzione della collina di King’s cross.”
Con un colpo di frustino, Justin si diresse verso l’altura che sorgeva dinanzi a lui. Il vento freddo lo fece rabbrividire. A occhi spalancati scrutava la brughiera, gli avvallamenti del terreno, alla ricerca di quel dannato animale che stava distruggendo le sue greggi. Nulla.
Sparito. Inghiottito dall’inferno.
“Laggiù! Signore, guardate! Dio del cielo, è…” Hart aveva fermato il cavallo. C’era una sagoma oscura in mezzo agli arbusti che delimitavano il bosco.
Alla luce opalescente della luna, il lupo era enorme. Un corpo scattante, sodo e muscoloso. Una massa di pelo lungo e lucido, ramato. Due immensi occhi azzurri che fissavano senza paura gli inseguitori. Erano ipnotici, luminosi.
Sembrava quasi che la bestia li stesse sfidando a raggiungerla, perché si fermò a osservarli sul limitare della boscaglia velata dalla nebbia.
Justin avvertì uno strano turbamento quando sentì quegli occhi puntati addosso. Ebbe la sensazione di averli già visti. Nessun animale poteva avere occhi così intensi, quasi… umani. Sentì in bocca il sapore della paura e insieme una strana eccitazione.
L’animale ringhiò. Verso di lui. Come se lo conoscesse. Justin sentì un brivido di gelo per tutto il corpo: la sensazione di familiarità si accrebbe e, nello stesso tempo, la voglia di liberarsi della bestia si mescolò a un’inquietudine improvvisa, che lo confuse. Puntò la pistola, mirando agli occhi.
Il lupo mostrò i denti, in una specie di ghigno di scherno. E sparì tra gli alberi.
Justin spronò il cavallo con un grido di frustrazione, mentre svaniva tra le ombre del bosco. Lo avrebbe raggiunto e scuoiato con le sue stesse mani.
Giunto agli alberi, però, fu costretto a rallentare a causa di una bruma sottile che si era insinuata nella boscaglia. I suoi sensi, acuiti dalla tensione della caccia, coglievano ogni movimento, ogni suono. Scese da cavallo e procedette a piedi, addentrandosi nel folto del bosco, con la pistola carica. Hart e gli altri contadini lo seguivano, a diversi metri di distanza. Vedeva il riflesso delle loro torce, sfumato dalla nebbia.
Lui s’inoltrò nel folto, distanziando la squadra di caccia. L’aria era ferma, i suoni resi ovattati dalla nebbia. Nessun suono, salvo i suoi passi e il sommesso verso di un uccello notturno.
Di colpo, udì alla sua destra lo scalpiccio di una grossa bestia; poi colse un movimento tra le fronde, una massa di pelo scuro che sfuggiva a velocità innaturale. Senza pensare, senza neanche prendere la mira, Justin sparò.
Uno strano suono, un guaito che si trasformava in un grido e un tonfo secco risuonarono nel silenzio.
“Sì!” esclamò tra i denti Justin. L’aveva colpito.
Pistola in pugno, si avvicinò con cautela. Scostò i rami, camminando con lentezza: il lupo poteva essere ferito, ma rimaneva ugualmente pericoloso. Sentì gli sterpi crepitare sotto i suoi piedi e, finalmente, il suono di un respiro ansimante. Armò la pallottola in canna, pronto a dare il colpo di grazia.
Si fermò e puntò l’arma dinanzi a sé, prima di scostare un grosso ramo che gli copriva la vista. Poi avanzò.
E vide.
La sua mano ricadde lungo il corpo. Sbatté le palpebre, incerto, e arretrò di un passo.
Dinanzi a lui, per terra c’era Chloè. Svenuta. Aveva un foro di un proiettile sulla coscia. La voglia sulla spalla scintillava di una luce argentata e scura, risaltando contro la sua pelle bianca.
Era il disegno di un lupo.


Justin Galdwell fissò per l’ennesima volta il corpo minuto di sua moglie, nascosto dalle lenzuola. Non aveva ripreso conoscenza dalla notte precedente.
Clhoè Bredford avrebbe avuto molte cose da spiegargli: cosa ci facesse nel bosco di notte, completamente nuda, tanto per cominciare. Come mai avesse un foro di proiettile sulla coscia, fatto da una pallottola destinata a un lupo. Cosa significasse davvero quella strana, inquietante macchia sulla spalla.
La voglia informe che Justin aveva notato la prima notte di matrimonio era divenuta il disegno di un lupo con occhi azzurri e splendenti, nitida e lucida come un tatuaggio appena disegnato. Justin l’aveva vista bene mentre la governante medicava la ferita alla coscia.
Quando dopo poche ore la donna era tornata per cambiare le bende alla padrona, i contorni del disegno si erano fatti confusi. Gli occhi del lupo erano spariti.
Justin si alzò in piedi. Con un gesto rabbioso, scostò la coperta e sollevò Chloè, mettendo a nudo la spalla.
La macchia era tornata a essere informe e scura.
Sbarrò gli occhi, confuso. Che trucco era questo?
“Hai visto il segno?”
La voce flebile di Chloè lo riportò alla realtà. Era seduto sul bordo del letto, accanto a lei. Doveva averla svegliata con tutto quel tramestio.
“Mi devi delle spiegazioni, ragazzina”. Justin la squadrò, con un’occhiata in cui si mescolavano curiosità, collera e timore.
Chloè scosse la testa. Si sentiva debole: la gamba le pulsava dolorosamente, aveva sete. E, più di tutto, aveva paura.
Sì. Paura. Perché l’ultima cosa che voleva era parlare della sua macchia.
Del suo segreto.
Sospirò, pesantemente. Tutta la sua vita era stata segnata da quel marchio maledetto. Nessuno o quasi sapeva quale fosse il suo reale significato e Justin, di certo, non era la persona più indicata per darle conforto o aiutarla. Da lui aveva avuto solo freddezza e brutalità.
Ma forse… sarebbe stato un bene se lui avesse saputo la verità. Come minimo, avrebbe chiesto che fosse internata come pazza; o forse, per evitare uno scandalo, l’avrebbe rispedita a suo padre. In tal caso, Chloè sapeva che sarebbe rimasta confinata per sempre in campagna, senza neanche un ricordo di quel matrimonio… ma almeno sarebbe potuta tornare a Wildgreen.
Sempre meglio di quel purgatorio in cui era stata confinata nell’ultimo mese.
Suo marito voleva avere una spiegazione? L’avrebbe avuta.
“E se non potessi darne una?” chiese, sarcastica.
Justin fu sorpreso da quella risposta e dal suo tono pungente. Da che era sposato con lei, non le aveva sentito pronunciate tante parole tutte insieme.
“Ti ho trovata nuda, a notte fonda, in mezzo a un bosco, mentre davo la caccia a un lupo. Hai una ferita che io ti ho procurato. Mi devi una spiegazione.”
Chloè lo fissò, in tralice e lui trasalì.
Quegli occhi… Perchè lo turbavano?
“È se fosse qualcosa di tanto folle da essere incredibile?” domandò la ragazza, con tono provocatorio.
“Tu inizia a raccontare. Sarò io a giudicare se è credibile”.
Chloè scosse la testa con una risata amara. La verità? Era talmente assurda che lei stessa aveva difficoltà ad accettarla. Iniziò a narrare, con gli occhi fissi nei suoi.
“Ogni due generazioni, le femmine della famiglia Bredford nascono con una macchia sulla spalla. Non è una voglia, questa. È il segno di una maledizione. È il marchio del lupo.”
Justin la osservò, disorientato. “Cosa stai blaterando?”
Chloè scosse la testa e spiegò, paziente. “Quello sulla mia spalla non è un tatuaggio, né una voglia. Cambia forma a ogni luna piena: lo hai visto anche tu. Da più di trecento anni le donne della famiglia Bredford vivono con questa maledizione addosso. Io sono l’ultima ad avere il marchio, in ordine di tempo: lo spirito del lupo affiora sulla pelle e prende possesso del mio corpo nelle notti di luna piena e subito dopo sparisce, tornando a essere una macchia. Salta una generazione di norma, due se la donna ha figli maschi. La mia bisnonna che viveva a Wildgreen è stata l’ultima a essere marchiata.”
Justin sentì la testa girare. Maledizioni? Lupi? Che stava inventando quella sciagurata? Doveva aver battuto la testa ed essere impazzita, ecco cos’era…
“Ti consiglio di darmi una spiegazione un po’ più plausibile, ragazza, o te ne pentirai”, la minacciò, scrollandola con violenza. Era esausto, sconvolto per ciò che aveva visto e che la sua mente non riusciva a spiegare.
Gli occhi di Chloè, solitamente spenti, si accesero. Lo fissò apertamente, con il viso a poche spanne dal suo.
“Pentirmene? È una vita che mi pento di essere nata con questa maledizione addosso! Non capisci? Te lo spiegherò meglio: ieri notte stavi inseguendo un lupo, un animale più grosso e veloce del normale. Il pelo era chiaro, dal colore insolito.”
Non aggiunse altro. I suoi occhi azzurri erano luminosi. Forti. Lo stavano sfidando.
Justin scattò in piedi, arretrando.
Dalla sua gola uscì un suono inarticolato.
Gli occhi di sua moglie… erano gli stessi di quella bestia. Non fu una riflessione cosciente: fu la sua paura, l’inquietudine che gli era rimasta dentro da quella notte a riconoscerli. E quella sensazione divenne una certezza quando notò i capelli color bronzo della moglie: era così simile al pelo di quell’animale…
E il segno sulla spalla…
Non era possibile.
“Tu…tu… sei pazza. Non può esistere quello che dici. Non esistono i…” balbettò.
Era folle. Non poteva esistere una storia del genere. Soprattutto, non poteva esser capitata a lui.
“Lupi mannari?” chiese Chloè, con un sorriso tagliente. “Purtroppo per te, esistono. E ne hai sposato uno”.
Justin non rispose: la fissò a occhi sgranati, incredulo. Si rese conto che aveva sempre considerato sua moglie un’estranea ma mai una folle mitomane. Ecco perché Bredford aveva voluto disfarsi di lei: era una pazza pericolosa e lui l’aveva sposata.
Arrivò sino alla porta a fatica. Il pavimento ondeggiava sotto i suoi piedi. Non ebbe il coraggio di uardarla: chiuse la porta e girò la chiave nella toppa.
Qualcuno gli doveva delle spiegazioni. E sarebbe andato in capo al mondo per ottenerle.


Due giorni dopo, Justin tornò a Galdwell Manor con il cuore pesante e la testa confusa. Dopo quell’assurdo colloquio con sua moglie, era andato a Newcastle, da Aaron Bredford, pronto ad affrontarlo e a dirgli di riprendersi in casa quella pazza.
Il suocero l’aveva lasciato parlare senza interromperlo. Dopo, si era alzato e aveva riempito due bicchieri di whiskey. Gliene porse uno.
“Sapevo che sarebbe arrivato il momento. Solo, speravo che accadesse più avanti”. Gli occhi di Bredford, un omone dal viso arrossato con larghi favoriti rossicci, si levarono sul volto di Justin. Erano duri. Privi di comprensione. La sua voce, arrochita dal fumo continuò a parlare, con asprezza.
“È tutto vero. Le femmine della mia famiglia hanno questa maledizione da più di trecento anni. E prima che tu me lo chieda, ragazzo: no, non so come sia avvenuto e no, non c’è rimedio. Chloè è davvero un lupo mannaro.”
Justin lo aveva fissato a bocca aperta. Poi aveva tracannato il liquore tutto d’un fiato. Aveva la sensazione di essere finito al centro esatto dell’inferno.
“Mi state imbrogliando!” aveva esclamato poi, pieno di ira. Non era possibile che quella storia folle fosse vera. “Vostra figlia è zza furiosa e dovrebbe finire a Bedlam. Ecco perché me l’avete rifilata!”
Bredford si era disteso sulla poltrona, sigaro tra le dita e bicchiere semivuoto nell’altra mano. “Sono assolutamente d’accordo sul fatto che mia figlia sia merce avariata e che voi siate venuto nel mio ufficio al momento giusto. Ma non è pazza: mia figlia ha in sé il marchio del lupo. Ogni mese, alla luna piena si trasforma in un… animale. Accade alle femmine della mia famiglia e Dio solo sa chi o cosa ha dato origine a questa dannata maledizione”, spiegò. Il suo tono era carico di ribrezzo, le labbra arricciate in una smorfia di disgusto.
“Chloè dev’essere tenuta sotto controllo o finirà per ammazzare qualcuno: mia nonna, una volta, uccise un vagabondo che si era rifugiato nel fienile a Wildgreen. In campagna, il mio uomo, Bruce Thompson, aveva il compito di tenerla chiusa in cantina per le due notti di luna piena. Una volta tentò di scappare e dovette spararle”.
Bredford bevve una larga sorsata di whiskey sotto gli occhi sconvolti di Justin.
“Dannata sia quella bestiaccia e dannata sia sua madre. Avrebbe dovuto darmi un altro maschio, invece di quella femmina inutile e pericolosa”.
Alzò lo sguardo verso il genero. Era carico di livore. Odio puro.
“Tenetevela voi, Galdwell. L’ho pagata a caro prezzo pur di sbarazzarmene. Adesso il problema è vostro: legatela in cantina, picchiatela, sparatele alla prossima luna piena, fate quel diavololete ma non venite mai più a parlarmi di quella cagna. Preferirei che tirasse le cuoia, maledetta!”
Il ritorno a Galdwell Manor fu pesante per Justin. Terribile. Non solo era sconvolto per aver appreso che sua moglie era davvero un lupo mannaro: aveva scoperto che suo padre la detestava e che avrebbe preferito vederla morta.
Si fermò a riflettere, guardando le colline lucide di pioggia.
Anche lui aveva detestato quella ragazza. Ma ora un sentimento diverso stava facendosi largo tra la ragione e il disgusto.
Pietà.
Chloè era sola al mondo. Non era strano che fosse così timida e insicura, ora lo capiva. Aveva avuto una vita difficile: un padre che la odiava, una madre morta, una maledizione terribile. Al confronto, i suoi guai finanziari erano una bazzecola.
Adesso, aveva due strade davanti. Continuare a odiarla e magari segregarla in cantina fino a lasciarla morire. Oppure cercare di aiutarla a sopravvivere a quella maledizione orrenda.


“Sai tutto? Mi credi, allora?” Chloè, distesa sotto le coperte, lo osservò da sotto in su, sospettosa.
“Sì. Tuo padre è stato fin troppo esplicito”, rispose secco Justin, in piedi davanti al letto. Chloè abbassò gli occhi, ferita. Sapeva bene che razza di sentimenti nutrisse il padre per lei.
“Posso immaginare. Adesso mi manderai via?”, sussurrò.
Lui si portò le mani al viso. Era esausto per la lunga cavalcata e per la tensione accumulata. “Non lo so. Devo pensarci.”
La ragazza scosse la testa e con un gesto involontario, si massaggiò i polsi. Justin si accorse delle cicatrici. Lunghe, violacee, in rilievo sulla pelle sottile del braccio.
Incuriosito, l’uomo si avvicinò, le prese le mani, osservò la pelle dei polsi, sottile ed escoriata.
Era la prima volta che lo faceva.
“Sono i segni delle catene che Bruce mi metteva, quando… si avvicinava la luna piena”, spiegò. Sul suo viso c’era pura sofferenza.
“Erano catene molto strette. La mattina mi trovavo piena di graffi e di lividi perché mentre… ero in quelle condizioni, non riuscivo a dominarmi e allora Bruce mi picchiava, mi frustava e… poi mi chiudeva in cantina. Non mi lasciava uscire fino all’alba. Questa è stata la prima notte di luna piena, da che sono adolescente, che sono stata libera di fuggire. Non sapevo cosa fare e, quando ho sentito la luna sorgere, sono uscita nei campi per correre il rischio di aggredire qualcuno in casa.”
Rialzò gli occhi. Erano velati di lacrime. Carichi di dolore.
“Ho saputo cosa è accaduto alle pecore e cosa ho fatto a Jebediah… e mi dispiace. Quando il lupo s’impossessa di me, io non sono in grado di contrastarlo e non ricordo nulla di ciò che faccio. Non avrei mai voluto fare male a qualcuno, credimi.”
Justin annuì, imbarazzato. Non sapeva che fare dinanzi a una donna in lacrime, men che meno se quella donna era sua moglie e aveva una maledizione medievale sulle spalle. Le strinse la mano, incerto, poi uscì dalla stanza.
Andò alle scuderie, fece sellare il cavallo e si precipitò al galoppo per i campi come se avesse il diavolo alle calcagna.
Cavalcare era una cosa che l’aveva sempre aiutato a pensare e Dio solo sapeva se aveva bisogno di tranquillità per riflettere, in quel momento. Persino la stanchezza fisica passava in secondo piano dinanzi alla difficoltà di dover prendere una decisione che avrebbe segnato la vita sua e di Chloè.
Giunto in cima alla collina di King’s cross, guardò il paesaggio sottostante. Galdwell Manor sorgeva a est, in una piccola conca verde tra i pascoli e i campi. Davanti, il giardino; a nord la fattoria e gli allevamenti. Quello era il suo piccolo mondo, in cui era precipitata una strana creatura che, accidentalmente, era anche sua moglie.
D’improvviso, ebbe voglia di sentire la voce di suo padre, di avere il suo consiglio. Ebbe un nodo alla gola: Max Galdwell era un uomo saggio e forte, dotato di una grande umanità, sempre pronto a vedere il bene nelle persone. Lui avrebbe cercato di risolvere quella situazione assurda. Avrebbe mediato, tentato di trovare una soluzione.
E forse era questa la strada da seguire.


Justin bussò alla porta di Chloè a notte fonda, dopo esser stato tutto il giorno fuori. Da lontano aveva scorto la sua finestra illuminata e aveva scelto di parlarle. Subito.
“Ti disturbo?” chiese, sulla soglia.
“No.”
Justin arrivò fin davanti al letto. Lei lo guardò calma. Rassegnata.
“Ho deciso che resterai qui. Io…”.
L’uomo esitò. Poco prima nella sua testa le parole erano state così semplici, così facili da dire, ma adesso, dinanzi a Chloè che lo studiava con quell’aria mesta, erano divenute pesantissime.
Non avrebbe saputo dire come o quando, ma si era reso conto a un tratto che quella ragazza era stata respinta da tutti. Dal padre, che l’aveva disprezzata, confinandola in campagna; dai servitori che l’avevano picchiata e incatenata; da suo fratello che l’aveva abbandonata.
Da lui, che l’aveva torturata e poi ignorata.
Justin aveva dovuto ammettere con sé stesso di aver scaricato addosso alla moglie la frustrazione accumulata in lunghi anni di sacrifici e rabbia. Il ricatto con cui Bradford lo aveva piegato al matrimonio gli bruciava più di quanto pensasse, specie dopo aver scoperto che lo aveva usato per disfarsi della figlia che odiava. Era stato trascinato in quella storia con l’inganno. Quella situazione lo riempiva di collera: né lui, né Chloè meritavano una simile sorte.
Ma non solo. Ciò che Justin aveva compreso era che sua moglie era una donna notevole. Era timida, arrossiva per un nonnulla ma, nello stesso tempo, era determinata. Coraggiosa. Orgogliosa. Portare addosso una maledizione del genere avrebbe annientato il più forte degli uomini, eppure lei l’aveva accettata con una forza d’animo fuori dal comune.
Justin lo aveva compreso quando si era reso conto di non aver mai sentito una parola di protesta da parte sua, né per il suo atteggiamento scontroso, né per come lui l’aveva trattata nell’intimità. E il suo era stato un comportamento vergognoso. Ignobile.
Chloè lo studiò, sospettosa, interrompendo le sue riflessioni. “Non mi rimanderai indietro?”, sussurrò, incerta.
Lui negò con un cenno del capo: era a lui che spettava prendersi cura di quella donna. Era suo marito. Non sarebbe venuto meno alle sue responsabilità, non l’avrebbe abbandonata a sé stessa, come aveva fatto suo padre.
Nei suoi occhi velati di pianto aveva scorto una sofferenza che lo aveva colpito, che gli aveva lasciato in bocca un retrogusto amaro e un senso di colpa difficile da ignorare. L’avrebbe protetta, e così facendo, avrebbe protetto le sue terre e la sua gente.
Il viso di Chloè si fece scuro. “Devo desumere che mio padre abbia detto chiaramente che non vuol avere niente a che fare con me. Così, ora tu ti senti obbligato nei miei confronti. Se non vuoi avermi qui non preoccuparti: posso comunque tornare a Wildgreen, con il tuo consenso ovviamente. La tenuta apparteneva a mia madre e ora è di mia proprietà. Tu non dovresti far altro che fornirmi una piccola rendita mensile: io sparirei dalla tua vista e dalla tua vita.”
Il silenzio calò tra loro.
Sulle prime, la prospettiva di sbarazzarsi della moglie fu per Justin una visione allettante…. Ma svanì immediatamente quando notò il gesto meccanico di Chloè, il lieve massaggio ai polsi segnati dalle cicatrici. Immaginò il suo corpo nudo, legato a delle catene alle pareti di una cantina; avvertì con un brivido il dolore che doveva aver provato a ogni mutazione, per ogni frustrata, per ogni bastonata ricevuta.
“No”, disse con voce secca e ferma. “Tu rimarrai qui. Sei mia moglie. Io sono tuo marito. Affronteremo insieme questa… questa…”
“Maledizione” concluse Chloè, serafica.
“Quella… E per cominciare, vorrei…”. Justin si fermò, cercando le parole adatte, poi continuò, imbarazzato.
“Vorrei che tu cambiassi stanza. La mia é grande abbastanza per… entrambi.”
Da uomo orgoglioso, Justin aveva riconosciuto con difficoltà di aver sbagliato tutto con lei. Doveva fare ammenda e guadagnarsi la sua fiducia: solo così avrebbe potuto trovare una soluzione a quella dannatissima faccenda. Condividere la stessa stanza poteva essere un buon inizio.
Chloè lo contemplò a bocca socchiusa: stavolta suo marito l’aveva sbalordita. Non si aspettava un gesto del genere, non dopo esser stata segregata in una stanza fredda dell’ala più distante per un mese. Ma sapeva riconoscere una mano tesa, quando le veniva offerta.
Con lentezza, sorrise. “Ti ringrazio dell’offerta. Tuttavia preferisco restare qui”. Lo invitò a sedersi sul letto, accanto a sé. “Non ti imporrò la mia presenza.”
Justin scosse la testa, a occhi chiusi. Doveva dirglielo. Doveva chiederle scusa ed era una cosa difficile per lui.
“Io… Se è possibile, vorrei ricominciare da capo. Questa storia, per quanto assurda, mi ha dimostrato quanti errori ho commesso nel nostro matrimonio”.
Chloè lo studiò a lungo, prima di parlare. “Non ho molta scelta, vero?”, chiese con un mezzo sorriso.
Lui rise e all’improvviso, una traccia del ragazzo spensierato che era stato fece capolino nei suoi occhi.
“Tu hai libera scelta, Chloè. Puoi restare qui o venire nella mia stanza. Non voglio essere ingiusto, né tenerti prigioniera. Ho sbagliato… a comportarmi in quel modo”. Così dicendo, si avvicinò lentamente alla moglie.
Per la prima volta dopo molti giorni, la ragazza sorrise. Fu una risata incerta, persino infantile, che sciolse qualcosa nel petto di Justin.
“Resterò qui” rispose. “Sono abituata a stare da sola”.
“Come desideri”, acconsentì l’uomo, senza commentare. Il primo passo, il più difficile e importante, era stato fatto: avevano iniziato a parlare tra loro. Si alzò per andar via.
“Ho solo una richiesta” fece lei, esitante. Justin si voltò a guardarla. Chloè lo fissava senza timore, adesso: i suoi occhi azzurri erano rilassati, persino brillanti, e lui accolse con gioia la sensazione di benessere che lo sguardo fiducioso di Chloè gli trasmetteva, scaldandogli tutto il corpo.
“Potrei avere dell’altra legna? La stanza è umida”, sussurrò lei, con un tono di scusa “e la notte mi sveglio per il freddo.”
Con una stretta al cuore, l’uomo annuì e uscì dalla stanza.
Legna. Non abiti o libri.
Solo della legna per scaldare la stanza.
Si allontanò dalla stanza a grandi passi, senza guardarsi allo specchio. Non riusciva a credere di esser stato così miserabile.
Non aveva scuse.


Nei giorni successivi, Chloè si rese conto che Justin aveva un comportamento diverso. Non erano stati i gesti di gentilezza o le attenzioni di Justin ad averla sorpresa. Era il loro rapporto che stava cambiando.
Tanto per cominciare, aveva ricevuto legna per il camino e coperte nuove per il suo letto. Una ragazza del vicinato era stata chiamata per farle da cameriera personale; la cuoca, berretto in mano, si era presentata alla sua porta assieme alla governante per prendere ordini sui menù per i giorni della settimana.
All’improvviso, da ospite indesiderata e trasparente, la giovane era divenuta a padrona di un’antica casa piena di spifferi, storia e vecchi mobili in disuso. Justin stava fuori tutto il giorno o quasi, con Hart, sopraintendendo personalmente alle attività produttive.
Appena la ragazza riuscì a stare in piedi senza provare dolore per la ferita, Justin le chiese di cenare con lui in sala da pranzo. Lei accettò, piacevolmente sorpresa, e dopo più di un mesessaporò il piacere di condividere un pasto caldo con suo maritona piccola parte di Chloè si permise di sperare, timidamente. Forse Justin poteva essere gentile. Forse avrebbe davvero potuto aiutarla.
Forse.
Dal canto suo, Justin, scopriva che quella strana creatura timida e silenziosa non era affatto tale: Chloè era arguta. Piacevole. Aveva uno spirito di osservazione acuto e riusciva a leggere oltre le sue parole, sorprendendolo.
Era stata la lunga solitudine a sviluppare quella sua capacità di osservazione dell’animo umano? Era innegabile che Chloè fosse una donna fuori dal comune e non solo perché aveva un marchio soprannaturale sulla spalla. Era attenta, intelligente. Sensibile. Ironica.
Tuttavia, il tempo passava. E il plenilunio si faceva sempre più vicino.
Justin non parlava di questo a Chloè. Aveva paura di vedere il suo viso intristirsi, i suoi occhi divenire spenti e intimoriti, così com’era stato fino ad alcune settimane prima.
Lui voleva aiutare sua moglie. Lo voleva davvero.
Ciò che lo stupiva di più era riuscire a pronunciare l’espressione mia moglie senza provare quel fastidio che aveva sentito nei primi tempi del suo matrimonio. Tenere Chloè fuori dalla sua vita era stato assai più complicato e faticoso.
Invece, averla accanto era stranamente piacevole.E più vantaggioso. Più allegro. E divertente.
Lui aveva concesso libertà quella moglie che non aveva voluto. Lei aveva saputo usarla bene e aveva iniziato a trasformare quel vecchio palazzo in una casa accogliente.
Justin tornava a casa con l’odore acre di fatica e sudore addosso e trovava un bagno caldo ad attenderlo, o del cibo ben cucinato per cena. Erano piccoli segni, cambiamenti cui lui non aveva mai pensato. Fu quasi per caso che notò come Galdwell Manor fosse più pulito. I mobili erano stati incerati, le tende rinfrescate e i tappeti spazzati.
A cena, quella sera, Chloè chiese timidamente la possibilità di recarsi in soffitta dove, secondo la governante, erano stati riposti vecchi mobili. Voleva usarli, spiegò, per dare un volto nuovo al salone e alle altre stanze della casa.
Justin la osservò a occhi socchiusi.
“Si tratta di ciarpame. Cosa pensi di poter tirare fuori?” le chiese, senza preamboli. Chloè sussultò, intimorita. Poi rispose senza evitare il suo sguardo.
“A volte, si può far molto con poco. Galdwell Manor è stato abbandonato a sé stesso per troppo tempo. È un palazzo che merita ben altro che polvere e abbandono”.
La voce risoluta e insieme appassionata di Chloè colpì Justin nell’intimo. Nessuno amava Galdwell Manor. Nessuno tranne lui, i membri della sua famiglia e Phineas, il loro vecchio maggiordomo.
Ora, sentire quelle parole pronunciate a da sua moglie gli causò un fremito di piacere inaspettato. Una sensazione consolatoria che gli causò un groppo alla gola.
Ebbe voglia di assecondare quel groppo. Di agire d’istinto.
Si alzò da tavola e tese la mano a Chloè. “Vieni”, le disse semplicemente.
“Dove andiamo?”
“Tu vieni con me”, rispose lui sornione, guardandola da sopra la spalla.
La ragazza lo seguì, con la mano in quella del marito. Era una stretta forte: aveva mani da lavoratore, indurite dal lavoro nei campi. Fecero una sosta nello studio di Justin poi, chiavi in una mano e lume nell’altra, si diressero verso le scale di quercia.
“Ma… Justin, è notte!” esclamò Chloè, non appena intuì ciò che voleva fare. Justin le rispose con un sorriso sornione.
“Perché? Hai paura del lupo cattivo?”
La smorfia di sua moglie lo fece ridere e lei rispose con una risatina.
Era la prima volta che ridevano assieme.
La porta della vecchia soffitta chiusa da almeno un decennio, si aprì a fatica cigolando sui cardini arrugginiti. Furono sommersi da un’onda di aria stantia, seguita da una sottile nuvola di polvere che fece starnutire Chloè.
La luce del lume disegnò ombre lugubri, dalle forme mostruose. Molti mobili erano avvolti da vecchi teli, altri erano coperti da uno spesso strato di segatura. Justin alzò gli occhi verso il sottotetto.
“Accidenti… le travi sono state attaccate dai tarli. Domani mattina dovrò osservarle alla luce del giorno”. Si voltò a guardarla. “C’è il rischio che abbiano aggredito anche i mobili.”
Chloè annuì, con il visetto intristito. “Mi spiace”.
“E perché mai?” replicò lui, spazzando la segatura con la mano. “Se tu non avessi deciso di dare un’occhiata a questi vecchiumi, non avremmo mai scoperto il rischio che corre il tetto”.
Sempre tenendola per mano, si spostò lungo la soffitta. Tenevano il lume alzato, illuminando vecchi tavoli, divani sfondati e un paio di credenze, armadi e tavolini da gioco. Chloè spalancava gli occhi, entusiasta.
“Sono bellissimi! Con un po’ di cera e di pulizia, questi pezzi daranno un’aria nuova al salottino del primo piano o alla sala da pranzo” considerò con un sorriso, china su un tavolino con il piano in marmo.
“Se non saranno invasi dalle tarme e se non saranno buoni come legna da ardere, allora potrai usarli”, replicò lui con un mezzo sorriso. Chloè sorrise di sbieco e cercò di rimettersi in piedi.
Il dolore alla coscia l’aggredì, facendola barcollare. La ferita si era rimarginata ma ancora le doleva e chinarsi per terra non era stata un’idea saggia. Justin l’afferrò per un braccio, tirandola su fino al suo petto.
“La gamba, vero?” chiese, con disappunto.
Lei annuì, stringendo i denti.
Lentamente, le mani di Justin si spostarono dalle braccia al suo torace sottile. Lo sguardo di Chloè cambiò, mentre la stretta si trasformava in una carezza. I suoi occhi chiari divennero sempre più intensi, carichi di un’emozione strana, che non riusciva a credere di provare.
Justin era stupefatto almeno quanto sua moglie. Era stato l’istinto a guidare la sua mano per aiutarla, ma adesso era una sensazione ben più intima, seducente, che muoveva le sue mani sul corpo di lei.
“Che cosa stai facendo?” chiese Chloè, in un soffio. I loro visi erano vicinissimi.
“Non lo so…” bisbigliò lui, impacciato.
Poi si rese conto che non era vero. Sapeva benissimo cosa stava facendo, e voleva farlo: ma non sapeva se lei rebbe accettato, o peggio. Se lo avrebbe respinto.
Meritava di essere rifiutato.
“Vorrei baciarti”, mormorò infine. “Posso?”.
Chloè distolse lo sguardo. E annuì.
Fu un bacio lento, carico di tenerezza. In quel tocco, Justin racchiuse la sua richiesta di perdono. Il suo desiderio di poter ricominciare. Chiese a Chloè di fidarsi, anche se sapeva bene di non aver diritto a nulla. La sua condotta violenta, nel primo mese di matrimonio, era ingiustificabile.
Chloè lasciò stringere al suo petto, mentre lui le sfiorava il viso. Non era la prima volta che suo marito la baciava. Ma era la prima volta che lo faceva con una tale tenerezza: era di una dolcezza quasi struggente, dolorosa. Tutte le altre volte, Justin aveva posseduto la sua bocca così come aveva preso il suo corpo: di fretta, con rabbia, facendole male.
Adesso, invece…
Possibile che fosse cambiato tanto?
Insicura, gli sfiorò le braccia con le sue mani e poi risalì su, fino al viso. La pelle di lui era calda, coperta da un leggero velo di polvere e sudore.
Fu un bacio lunghissimo. Intenso. Senza rendersene conto, le dita di Justin erano scivolate lungo il corpetto di Chloè e si erano soffermate sul seno, sfiorandolo con gesti lenti, delicati.
Quando si staccarono, Chloè fissò meravigliata le dita di suo marito aggrappate alla lana verde scuro dell’abito. In quello sguardo, Justin percepì un rimprovero e subito sfilò via la mano.
Lei lo bloccò, con un gesto inaspettato. Gli riportò la mano sul seno.
L’uomo le lanciò un’occhiata in cui si mescolavano stupore e desiderio. Sua moglie era una donna giovane. Fresca. Pulita. Aveva un corpo asciutto, sodo. Lui l’aveva desiderata, sin dalla prima notte di matrimonio.
Ma non aveva alcun diritto di chiedere. Adesso che comprendeva tutto il dolore che le aveva inflitto, trovava ingiusto e crudele imporle il suo desiderio.
Per questo, il gesto di Chloè lo sorprese. Gli stava offrendo l’opportunità di dimostrare che poteva essere diverso. La sua generosità lo commosse. Sentì il bisogno di dimostrarle che poteva essere diverso.
Senza staccare la mano dal seno, riprese a baciarla. Senza fretta, ma con più passione. Lasciò che le sue piccole mani esplorassero il suo corpo, mentre il battito del suo cuore accelerava e il sangue affluiva al basso ventre.
Si staccarono di nuovo, ansimando stavolta. Nessuno dei due aveva il coraggio di parlare: una parola, un gesto fuori posto avrebbe rovinato tutto. Eppure…
Doveva tentare.
Justin tentò. La prese per mano, senza una parola. Percorse la soffitta per tutta la sua lunghezza e poi le scale. La stanza di Chloè era la più vicina. Aprì la porta e la fece passare mentre lui rimaneva sulla soglia.
“Adesso sei nella tua camera. Io non entrerò, a meno che non sia tu a chiederlo” spiegò, con la voce roca, tirata per la tensione.
Chloè si fermò in mezzo alla stanza, con le braccia attorno al corpo. Stava pensando, domandandosi se poteva fidarsi di un uomo che l’aveva praticamente violentata per il primo mese di matrimonio.
Quello stesso uomo che era lì, contrito, fermo sulla soglia, ad aspettare un suo cenno. Suo marito.
Sarebbe potuto entrare, stenderla sul letto e sfogarsi come faceva di solito ma stavolta… Ma stavolta l’aveva baciata. L’aveva accarezzata. Non erano stati solo quei gesti a sorprenderla: era stata la luce dei suoi occhi a colpirla.
Dolce. Non compassionevole o pietosa. L’ammirava. L’aspettava.
Chloè sospirò. Non aveva altri che lui. Né suo padre, né suo fratello Ethan si sarebbero mai presi cura di lei. Mentre Justin… lui era cambiato, da che aveva saputo della maledizione. E forse avrebbe davvero potuto aiutarla.
Oh, non combattendo contro il marchio del lupo: nessuno avrebbe potuto. Ma avrebbe potuto proteggerla da se stessa. Difenderla.
Amarla.
Chloè avanzò verso la porta. Prese per mano Justin, lo fece entrare e chiuse la porta a chiave.


Si spogliarono, con lentezza, togliendosi gli abiti a vicenda. Si fermavano per baciarsi, per sfiorarsi il viso.
Nella camera, l’aria era fredda e la pelle di Chloè si increspò conto il petto caldo di suo marito. “Dannazione” biascicò tra i denti Justin. La prese tra le braccia e la posò nel letto, sotto le coperte.
“Fa un freddo tremendo in quest’ala del palazzo. Da domani, verrai a dormire nella mia camera”, decise. Poi si bloccò per baciarla. “E non accetto un no come risposta.”
La risata di lei, breve, di gola, lo eccitò ancor di più. Mordendosi le labbra, s’impose di essere paziente. Lento. Calmo.
E Justin riuscì a esserlo. Accantonò il suo desiderio, lasciò che fosse lei a condurre il gioco. Le permise di toccarlo, guidò le sue mani lungo il corpo; la baciò dalla nuca fino alle caviglie.
Lei lo guardava agire, con un misto di meraviglia e passione stampata in viso. Conosceva suo marito, lo aveva preso dentro di lei. Ma non lo aveva mai visto completamente nudo, né lui le aveva mai permesso di toccarlo.
Era tutto diverso.
Lo comprese nel momento in cui Justin scivolò in lei. Non dovette forzarla. Non le fece male. Fu lei ad accoglierlo: a sentirsi felice di custodirlo nel calore del suo corpo. Non tenne le cosce serrate, in attesa che lui, con un rantolo, si tirasse via. Aprì le sue gambe e si lasciò invadere.
E lasciò che Justin le arrivasse dentro, non solo nel corpo, ma anche nell’anima.


La mattina dopo, il sole dell’alba filtrò attraverso le tende scolorite. Chloè e Justin erano abbracciati. Dormivano, l’una tra le braccia dell’altro.
Justin fu il primo a svegliarsi. I suoi occhi misero a fuoco la massa di capelli fulvi di sua moglie, che russava timidamente contro il suo braccio.
Ridacchiò, sentendo quel suono. Così, la fragile, dolce Chloè russava…
Poi il suo sguardo si spostò, vagando lungo quel corpo addormentato, stretto contro di lui. Il suo sorriso svanì.
Il marchio del lupo stava tornando nitido. Vedeva la testa, il corpo elastico pronto a scattare, le zanne che affioravano dal muso.
Fece un rapido calcolo. Quella notte ci sarebbe stato il plenilunio. Chloè sarebbe svanita nel corpo di una bestia assetata di sangue e morte, e lui non poteva impedirlo in alcun modo.
A meno che lei non avesse accettato la sua proposta…
C’era una possibilità per impedirle di andare in giro e uccidere. Era una cosa odiosa, ma almeno avrebbe impedito al lupo di colpire e avrebbe tenuto Chloè al sicuro da cacciatori e trappole. Era una prospettiva dolorosa… ma era anche l’unica via di scampo. Con timore, si chiese se lei avrebbe accettato.
In quel momento, Chloè si voltò a fissarlo con un sorriso impastato. Lo sguardo perplesso, annebbiato dal sonno, lo contemplò per alcuni istanti; poi, notò l’espressione severa di Justin e si sfiorò la spalla. Il marchio era in rilievo e lo sentì contro le dita, con un sussulto. Sul suo viso affiorò un sorriso amaro.
“Ti fa ribrezzo, vero?” chiese, deglutendo.
Justin scosse la testa. Sfiorò il marchio con un dito, timoroso, poi lo baciò.
Chloè, a quel contatto, scattò a sedere sul letto.
“Che fai?” chiese, incredula. Nessuno l’aveva mai toccata lì.
“Non mi fai ribrezzo. Non ti reputo colpevole per ciò che sei costretta a subire e non ti caccerò via solo perché ti trasformi in un grosso cucciolo arruffato”, tentò di scherzare Justin, tirandola verso di sé.
Chloè sbuffò piano. Fissò il soffitto, mentre il suo viso perdeva la serenità del risveglio per rivestirsi di un’espressione angustiata. Addolorata.
“Cosa accadrà stanotte quando attaccherò le tue pecore, Justin? Mi sparerai? Bloccherai le mie zampe con una tagliola? E cosa succederà se aggredirò qualcuno dei pastori? Spareranno. Mi uccideranno, o io ucciderò loro”.
Lui scosse la testa, con amarezza. La strinse contro il petto nudo.
“Nulla di questo” rispose, serio. La fissò negli occhi.
Voleva proteggerla. Farle dimenticare tutto il dolore che la vita le aveva inflitto: non importava se ci sarebbe voluta una vita intera. Lui aveva il dovere di provarci.
Perché sentiva ciò che non aveva mai pensato di poter provare per lei.
“Ti fidi di me?” le chiese, in un soffio.
Con lo sguardo severo, Chloè annuì. Non riusciva a capire come suo marito avesse intenzione di risolvere il problema.
“E allora credimi se affermo che non accadrà nulla di tutto questo. Tu affronterai questa luna piena e tutte quelle che verranno con me. Io non ti lascerò sola.”
Lei ebbe una risata amara, carica di scetticismo. “Come pensi di fare? Non appena il lupo prenderà possesso del mio corpo, ti farà saltare la testa con un solo morso!” esclamò, cercando di divincolarsi.
Justin la strinse forte, e le sorrise. Il suo sguardo era carico di sicurezza, quasi arrogante.
“Tu fidati di me” le sussurrò, sornione. E zittì la sua replica con un bacio.


Nel pomeriggio, Justin condusse Chloè a cavallo, lungo il crinale della collina di King’s cross. Avevano con loro un cesto per un picnic e dissero alla servitù che si sarebbero tornati a notte fonda.
Arrivarono al margine esterno del bosco poco prima del crepuscolo. Il cielo era striato di viola; piccole nubi correvano via verso l’orizzonte, spinte da una brezza fredda. La luna non era ancora sorta.
Justin e Chloè si arrestarono dinanzi a una piccola casa. Era solida; di pietra grigia, con una piccola finestra su un lato. Assi robuste sprangavano l’apertura e la porta era stata rinforzata con lastre di ferro, saldate direttamente sui cardini.
“È… questa?” domandò timorosa Chloè. Justin rispose con un cenno del capo.
“È un cottage che ospitava il guardiacaccia… quando potevamo permettercene uno” spiegò con un mezzo sorriso. “L’ho fatto ripulire, e ho messo dentro acqua e coperte. La porta è rinforzata con assi di quercia. Non potrai scappare da qui.”
Chloè non rispose. Tremava. Si massaggiava i polsi freneticamente.
Justin prese le sue mani e se le portò alle labbra, con un sorriso sereno.
“Non c’è nessuna catena dentro”, aggiunse.
A quelle parole, la ragazza sgranò gli occhi e scosse la testa. “Nessuna catena? Come pensi di fermarmi?”
L’uomo la strinse a sé e lei, intimorita, si aggrappò a quel corpo saldo. Si sentì protetta. Custodita.
“Non potrai sfuggire. Ho fatto in modo che il cottage sia il più sicuro possibile: ho rinforzato tetti e aperture, e restaurato i muri. Domani, prima dell’alba, ti riporterò a casa. Sarai libera di muoverti, là dentro”. Le sollevò il capo con due dita. “Non sarai sola, Chloè. Mai più.”
La ragazza chiuse gli occhi. Sin dalla sua adolescenza, sin dal momento in cui il marchio del lupo aveva sviluppato il suo potere, Chloè aveva sempre sentito la solitudine come un’ombra scura sulla sua vita. La maledizione aveva pesato sulla sua esistenza, impedendole di vivere. Nessuna amica, nessun affetto.
E ora, quell’uomo scostante, sposato più per caso che per volontà, le stava offrendo ciò che più aveva desiderato: una casa. Una famiglia.
Un amore.
Sentì un brivido lungo la schiena; uno strano torpore invase il suo corpo e i suoi sensi, all’improvviso divennero più sensibili.
“La luna sta per sorgere, Justin…”, sussurrò, staccandosi da lui. Non avrebbe voluto lasciare le sue braccia ma non poteva fare diversamente.
Eppure, nel suo petto, il suo cuore cantava. Ciò che aveva più desiderato al mondo era giunto finalmente, nel modo più inaspettato e sorprendente.
Con lentezza, Chloè entrò nel cottage: era una piccola stanza, pulita e scura. C’era freddo. Non c’erano catene. Né randelli o fruste per colpirla.
Lentamente, iniziò a spogliarsi, piegando gli indumenti in ordine: se non avesse fatto così, li avrebbe stracciati tutti. Justin l’aspettava, fermo dinanzi alla porta. Prese il pacco con gli abiti e li conservò nella bisaccia del cavallo. Chloè, sulla soglia, avvolta in una delle coperte che Justin aveva preparato per lei nel cottage lo fissò, con occhi piedi di emozione.
Justin le sfiorò il viso con una carezza. “Grazie per esserti fidata di me” sussurrò.
“So che non tradirai la mia fiducia”, mormorò lei di rimando.
“Non potrei farlo. Non più.” Il viso di Justin era serio ma non teso.
Chloè trasalì.
“Non mi stai mentendo, vero?” chiese, con la voce incerta. Non avrebbe sopportato una delusione. Non da lui.
“No.” Si fece più vicino. “Credo di essermi innamorato di te. Non pensavo potesse accadere…ma è così. È successo”, ammise a voce bassa.
Lei non rispose subito. Era frastornata. Sconvolta. In quel momento si sentì vulnerabile. Spaventata. Poi la gioia dilagò nel suo petto e si precipitò tra le sue braccia, senza dire una parola.
Sì. Poteva essere felice. Il miracolo era accaduto.
Rimasero stretti, a lungo, incapaci di staccarsi l’uno dall’altro.
Infine, un raggio di luna, sottile e assassino, trapelò tra le fronde. La ragazza scosse la testa e arretrò nel buio del cottage. Sentì un tremore familiare e minaccioso risalire su per le membra, mentre il cielo perdeva le sue striature viola e si faceva scuro per la notte. I suoi occhi si fecero improvvisamente più luminosi.
“Va’ via, Justin. Chiudi la porta e vattene!”, sussurrò lei, con voce roca.
L’uomo obbedì. Girò, rapido, le chiavi nei lucchetti e sistemò la grossa sbarra di ferro per bloccare la porta. Un istante dopo, un pesante tonfo e un ringhio spaventoso giunsero dal cottage. La porta tremò, ma assorbì l’urto.
Il lupo non sarebbe più sfuggito.


Era notte fonda. Nel vuoto della notte, riecheggiò un ululato soffocato, doloroso e sofferto. Una bestia feroce che non avrebbe ferito nessuno. Né quella notte, né mai.
Justin attendeva in piedi, poco distante dal cottage dove il lupo stava sfogando la sua rabbia. L’indomani, prima dell’alba, sarebbe tornato a essere Chloè. Sua moglie.
L’avrebbe portata a casa. Nella loro camera.
Si amavano. Ne era certo, ormai.
L’uomo guardò verso le colline che circondavano Galdwell Manor con l’animo sereno, come non sentiva da tempo. Sorrise, pieno di gratitudine per una vita beffarda e strana, che gli aveva tolto e donato tanto, quando meno se lo aspettava.
Nel cielo scuro, una luna opalescente sembrava appuntata come un diamante sul velluto nero. Il paesaggio nero e argento delle colline deserte dormiva nel silenzio.
Finalmente, tutto era in pace.

mercoledì 9 dicembre 2009

Romance Day...ovvero Orgoglio e Pregiudizio di leggere storie d'amore.

Purtroppo è vero.
L'amore è fuori moda. E' considerato insulso, stupido. Viene confuso con il sesso, mescolato con altri ingrediente che spesso nulla hanno a che fare con quel legame che unisce due persone.
Ma tant'è. Il cinismo non ha mai fatto davvero un buon servizio a nessuno poichè, alla lunga, ci si trova ad essere soli e chiusi in sè stessi.
Il giorno 16 dicembre, anniversario della nascita di una delle più grandi autrici del 800, Jane Austen, il web ha deciso di festeggiare i sentimenti e lo fa a suo modo. Con i blog, le iniziative, la scrittura e la fantasia.
E' il ROMANCE DAY.
Un giorno dedicato ai libri d'amore e non solo, dedicato a chi, come Jane Austen, ha saputo fermare sulla carta i desideri e le passioni di donne senza voce.
Io sono lieta di aderire a questa iniziativa, sia pubblicizzando il blog di Lady Aileen, promotrice di questa iniziativa - UNA PASSIONE ED OLTRE - (LO TROVATE TRA I LINK AMICI) sia, aderendo come autrice all'iniziativa creata da alcune colleghe di Officina Italiana: Un racconto per il romance day. Potrete leggere il mio, un paranormal of course e quelle delle mie altre colleghe presso questo blog: http://officinaromance.wordpress.com/

Venite. Leggete. Lasciate un commento.E in questa sede, un grazie speciale alla grande organizzatrice di questa iniziativa, Elisabetta Bricca, che partecipa con un suo stupendo racconto.

Perchè leggere arricchisce la mente, e nel caso del romance, arricchisce anche il cuore.
Buon ROMANCE DAY a tutti.

lunedì 30 novembre 2009

LA SIGNORA IN VIOLA

So di avervi fatto attendere a lungo ma molti impegni mi hanno tenuta lontana da questo blog e mi scuso con i miei lettori.
Frutto di questo periodo è il racconto che pubblico di seguito. Si tratta di una slice of life dei miei personaggi... spero vi piaccia.
Due piccole avvertenze: poichè è molto lungo, la pubblicazione procederà a puntate ;-)
La seconda è, ancora una volta, un ringraziamento a chi è stato vicino a me, con i suoi preziosi consigli, suggerimenti e correzioni: Lily, Viviana ed Elisabetta ( ;-))
e un grazie anche a Francy per il suo "appoggio esterno"!



La signora in viola


Edimburgo, 1889

“Signora? E’ vostro questo libro?”
Una voce maschile, calda e profonda, fece voltare di scatto la donna che camminava sovrappensiero lungo il marciapiede di pietra di Moray Place, nella New Town di Edimburgo. Un uomo in redingote grigio scuro, dietro di lei, aveva tra le mani un piccolo libro. La copertina di pelle scura, rovinata lungo i bordi, risaltava tra le sue dita sottili coperte da guanti neri.
La donna sobbalzò: tastò la reticella, poi abbozzò un sorriso imbarazzato.
“Oh, Cielo, sì. Dev’essere scivolato via dalla borsa”, rispose imbarazzata.
Tornò sui suoi passi e tese la mano per riaverlo indietro. L’uomo, invece, lasciò scorrere il dito lungo la copertina e lo aprì, di scatto.
“Il Simposio di Platone…” mormorò.
Alzò gli occhi. Uno sguardo argentato, freddo, vuoto, si posò su di lei, ghiacciandole il sorriso sul volto, all’istante. Si sentì raggelata, come se una folata di vento le avesse colpito il viso. Istintivamente arretrò di un passo, ritirando la mano: aveva avuto la percezione di un pericolo improvviso, che non riusciva a definire.
Distolse lo sguardo. Cercò di dare un nome alla sensazione irrazionale che le aveva mozzato il respiro, ma la sua mente rimaneva bloccata dall’onda di freddo che l’aveva travolta.
Minaccia. Timore. Inquietudine.
Paura.
Fu un’emozione immediata, spaventosamente reale e nello stesso tempo inspiegabile, che l’assalì alla gola. Sollevò gli occhi sul viso altero dello sconosciuto e di nuovo, la paura l’aggredì, costringendola ad arretrare ancora.
“Una lettura inusuale per una donna.” L’uomo aveva parlato a voce bassa ma perfettamente udibile, con una sfumatura di stupore.
A quelle parole, la donna corrugò la fronte, sorpresa. Il terrore fu cancellato da uno strano miscuglio di sensazioni. Avvertì un sussulto: stizza e forse anche ribellione per quella considerazione fatta ad alta voce si riversarono nelle sue tempie, facendola tornare sui suoi passi. Il suo abito viola chiaro ondeggiò con decisione, scosso dal vento.
“Inusuale?”sillabò con voce distaccata, tendendo di nuovo la mano per riavere il libro.
L’uomo non rispose alla sua occhiata irritata. La ignorò, semplicemente. Continuò a sfogliare il testo come se si trovasse in una biblioteca, indifferente a tutto ciò che aveva intorno.
Nubi basse color dell’acciaio gravitavano sopra Edimburgo, minacciando di rovesciare il loro carico di pioggia. Moray Place era deserta.
La donna sbuffò, guardandosi attorno. “Il mio libro, signore”, ripeté allora, con un tono di voce che non aveva più alcuna patina di gentilezza. Era aspro, persino seccato.
Lui richiuse il volume con un piccolo tonfo. Sollevò gli occhi color ghiaccio e un angolo delle labbra sottili s’increspò in un accenno di sorriso.
“Ho detto che è una lettura inusuale per una donna… non che non siate in grado di apprezzare Platone, signora. Buona giornata a voi.”
Il libro tornò tra le mani della sua proprietaria. L’uomo sfiorò la falda del cappello in un gesto di saluto, poi, a passi elastici si diresse verso il numero dodici; aprì con le chiavi e sparì dietro un portone verniciato in verde.
La donna rimase immobile per pochi secondi: aveva le labbra strette, la fronte corrugata, l’aria indispettita di chi non è riuscita ad avere l’ultima parola. Scosse la testa e la bocca assunse una piega imbronciata mentre riprendeva a camminare con il libro sotto il braccio e un solo, fastidioso pensiero nella mente.
Sì, decisamente quello non era un gentiluomo.


“Mary? Chi abita al numero dodici di Moray Place?”
Elisabeth Duskell non riusciva a togliersi dalla testa l’uomo che tanto l’aveva irritata, quel pomeriggio. Adesso era nella nursery assieme a Mary, la bambinaia che si occupava delle sue figlie, Violet e Satine.
Il ricordo di quel brevissimo scambio di battute la innervosiva più di quanto fosse giustificabile; a questo si era sommata la curiosità di sapere chi fosse quell’uomo tanto saccente. Di solito, la palazzina del numero dodici era semideserta: gli scuri e le tende tirate sulle finestre nascondevano chiunque vivesse là; non vi era servitù e raramente si scorgevano luci accese.
La bambinaia, una ragazza dallo sguardo sveglio e il viso coperto di lentiggini, scosse la testa.
“Non so, signora Duskell… Ho visto entrare degli uomini ma non so i loro nomi, o cosa facciano” aggiunse, dopo un sospiro, sistemando la piccola Violet nel letto. Elisabeth fece un cenno di assenso; accarezzò la testolina di Satine, già addormentata, poi scivolò fuori dalla stanza dopo aver augurato la buona notte alla domestica.
Una lama di luce livida, proveniente dal soffitto a cupola, illuminava a malapena la tromba delle scale. La casa era immersa nel buio, in un silenzio difficile da sopportare. Il suo abito di percalle viola chiaro frusciava contro la passatoia del ballatoio, unico suono udibile assieme a quello ovattato dei suoi passi.
Elizabeth Duskell sospirò, pesante. Suo marito, Anthony, era fuori. Ancora una volta. Un‘ennesima volta.
E lei era di nuovo sola.
Anthony Duskell era un famoso docente di fisiologia della Facoltà di Medicina a Edimburgo; i suoi studi lo avevano trasformato in uno dei professori più importanti di tutta la Scozia, ragion per cui trascorreva moltissimo tempo nel suo studio in facoltà.
All’inizio, Elizabeth era stata lieta e orgogliosa dei trionfi del marito, verso cui nutriva un affetto sincero; poi, con lentezza, si era resa conto che il tempo che Anthony trascorreva in dipartimento era più del necessario.
Molto di più.
Alla fine, aveva scoperto che “l’approfondimento” di suo marito si chiamava Claire Selkirk e che effettuava “i suoi studi” ogni pomeriggio e occasionalmente anche la sera.
Era stato un colpo durissimo.
Sapeva che Anthony l’aveva sposata senza amore. Il loro era stato un matrimonio concordato tra le rispettive famiglie, tuttavia aveva sperato con tutto il cuore che si sarebbe innamorato di lei, o che per lo meno si sarebbe affezionato. Aveva solo diciotto anni, allora, e andava incontro alla vita con il cuore leggero e la testa piena di ottimismo.
Aveva sognato di avere un matrimonio felice, o almeno, sereno. Lo aveva sperato.
Il sogno era morto presto. La speranza l’aveva seguito nella tomba pochi mesi dopo la nascita di Satine, quando aveva scoperto che il marito manteneva quella Claire in una casa dalle parti dell’Università.
In un pomeriggio, l’amore per Anthony si era trasformato in cenere e polvere.
Il tradimento del marito era stato un colpo duro da mandare giù per una donna orgogliosa quanto Elizabeth, ma era riuscita a superarlo. Aveva tenuto la testa alta, lo sguardo dritto davanti a sé e aveva ignorato le chiacchiere malevole, prima e di compatimento poi, che l’avevano accompagnata negli ultimi due anni.
Aveva spostato l’asse della sua vita sulle sue figlie, sulla sua casa; alla fine, non c’era stato più nulla da dire a Anthony. Non dormiva neanche più con lei, da alcuni mesi. Era stata una decisione presa da suo marito su cui non aveva avuto nulla da obiettare.
Il suo amore era passato dalla furia per il tradimento all’umiliazione e poi ancora allo sconforto, fino ad approdare al porto calmo dell’indifferenza. L’affetto era seccato come una pianta senza cure e adesso era un albero morto nel fondo della sua anima.
Chissà com’era sentirsi amati, si chiese. Iniziò a spogliarsi, lasciando cadere il vestito viola e le sottogonne sul pavimento. Nel camino, il fuoco crepitava con un ritmo sincopato. Si sedette sulla sua sponda del letto e allungò la mano verso l’altra metà, fredda e vuota. Rabbrividì.
Doveva essere bello.
Bellissimo.


“Così hai conosciuto la nostra piacente vicina.”
La frase, appena sussurrata nel vento, raggiunse l’uomo dagli occhi grigi strappandogli un’occhiata indifferente. Era immobile, in piedi sul tetto di ardesia del palazzo al numero dodici di Moray Place.
Non era solo. Un altro uomo era alle sue spalle: alto quanto il suo compagno, indossava una camicia scura e un paio di pantaloni da equitazione. Il vento soffiava senza sosta, mescolandosi a gocce di pioggia che colpivano i due.
Non se ne curavano.
Lentamente, l’altro uomo si avvicinò a lui, camminando sul cordolo di tegole di ardesia lucide di pioggia. Da quel punto, nascosti dall’ombra di un comignolo, riuscivano a scorgere la stanza da letto di Elizabeth Duskell: videro la sua sagoma aggirarsi inquieta nella stanza, sino a che si fermò sul letto. Iniziò a leggere.
“Allora, Oliver? Vuoi passare tutta la notte ad ammirarla?”, chiese il nuovo arrivato all’uomo dagli occhi d’argento, con una leggera nota di scherno nella voce.
Quell’uomo vestito di scuro aveva occhi di un blu profondo. Erano splendidi e terribili insieme, perennemente velati da una sorta di disprezzo annoiato verso il mondo intero. Aveva un volto elegante e aristocratico, lunghe mani affusolate, capelli biondo scuro mossi dal vento.
Era bello.
Bello come un angelo caduto dal paradiso.
Oliver scosse lentamente la testa, scoccandogli uno sguardo ironico. Le sue labbra sottili, rosse, si aprirono in un sorriso pigro che svelò lucidi denti bianchi affilati. Scostò dalla fronte una ciocca di capelli neri spruzzati di grigio, bagnati di pioggia. Il suo viso, pallido e affilato, era inespressivo. Era un fascino sottile, quello di Oliver: non aveva un volto perfetto come quello del suo compagno. La sua era una bellezza inquietante, difficile da osservare.
Pericolosa.
Spaventosa.
Come i suoi occhi d’argento. Come lui.
“Quest’umana mi incuriosisce”, rispose infine, tornando a fissare la finestra illuminata. I suoi occhi grigi risplendevano come quelli dei felini: erano due sfere argentate, dalla luce innaturale.
L’uomo dal viso di angelo lo fissò per alcuni secondi con la fronte corrugata, mentre il suo sguardo perdeva la consueta patina di fastidio facendosi attento.
“Ti ha impressionato” mormorò, inclinando il capo.
Disse queste parole con lentezza, quasi con incredulità. Non era una reazione immotivata: Oliver Gordon era una creatura fredda, inumana, che aveva cancellato qualunque sentimento dal suo essere.
Nessuna empatia. Nessun interesse.
Oliver gli scoccò un’occhiataccia, egualmente divisa tra il sarcastico e l’infastidito.
“Mi hanno colpito le sue letture” spiegò. “Legge, moltissimo, e non romanzi o sciocchezze simili: saggi, filosofia, teatro. Oggi aveva in borsa una copia del Simposio di Platone.”
L’angelo si strinse nelle spalle. “Platone... Interessante!”
Oliver si voltò con una risatina beffarda appena accennata. “Hai messo anche tu gli occhi addosso alla bella signora Duskell?”
Samuel Gregor – poiché questo era il suo nome - ricambiò il sorrisetto con uno sguardo che a prima vista poteva sembrare ironico. I suoi occhi, azzurri e annoiati, si accesero di interesse e una strana, insolita scintilla li illuminò per una manciata di secondi. Sembrava… eccitazione.
Ma non era desiderio sessuale. Era più simile allo sguardo della tigre che segue la preda.
“È innegabile che sia una donna fuori dal comune. È… intrigante. Molto”. Samuel confermò, tornando a guardare verso la finestra.
“Conti di farle visita?”
Samuel annuì, passandosi la lingua sulle labbra. “Una di queste notti.” Anche i suoi denti erano bianchissimi, lucidi e affilati. “Vorresti unirti a me?” chiese.
L’altro scosse la testa. “No. In due finiremmo per ucciderla… e non credo che tu voglia questo, vero?”
L’altro sorrise. Il suo volto aristocratico era di una bellezza splendida e perversa.
“No… Non subito, almeno.”
La luce nella stanza di Elizabeth Duskell si affievolì sino a spegnersi e la facciata georgiana della palazzina scomparve nel buio, confondendosi con le altre abitazioni della piazza.
Samuel si rimise in piedi, imitato da Oliver. I loro abiti umidi di pioggia aderivano sui loro corpi. Erano immersi nella tempesta, nella notte, indifferenti a tutto ciò che li circondava. Nell’oscurità, i loro occhi brillavano con una luce sinistra, fredda.
Non erano uomini, anche se ne avevano l’apparenza. Non lo erano più da molti, molti anni.
Dei due, era Samuel era più anziano. Il suo viso, giovane e perfetto, non rivelava la sua vera età, né la sua natura, mostruosa e terribile. Oliver era una sua creatura: Samuel lo aveva chiamato a quella vita, rendendolo simile a sé e lui aveva risposto con una gratitudine e una dedizione senza pari. Anzi: con una punta di orgoglio, Samuel avrebbe potuto affermare che l’allievo aveva superato il maestro. Oliver era divenuto un essere spietato, privo di qualunque emozione.
Sorrise, guardandolo con soddisfazione. Delle sue creature, lui era il più temibile. Un assassino perfetto.
I suoi occhi tornarono alla finestra della stanza di Elizabeth.
“Domani sera” decise Samuel. “Domani sera andrò da lei.”
Oliver non rispose. Gli scoccò un’occhiata in tralice, poi spostò lo sguardo sulla piazza deserta e ancora più su, verso i tetti dell’Old Town.
“Vieni con me?” chiese. I suoi occhi grigi erano divenuti improvvisamente vivi, la sua espressione vogliosa. Affamata.
Samuel seguì il suo sguardo fino a un gruppo di case fatiscenti ai piedi di Castel Rock. Annuì.
Era ora di andare a caccia.

mercoledì 28 ottobre 2009

Halloween

Ebbene sì! mi sono fatta contagiare anche io dalla febbre tutta anglosassone della All Saints Eve, nome originale di questa festa di origine celtica, poi assorbita nel Cristianesimo.
E' con vero piacere che vi indico due blog, gestiti da care amiche che hanno ospitato due miei scritti.
Il primo è junerossblog.com, presso cui troverete un racconto ironico, che prende un po' in giro alcuni dei fenomeni editoriali del momento: DRACULA ALL'IKEA DI SCAMPIA è il titolo.
L'altro, più serio è ospitatao da bibliotecaromantica.blogspot.com e si intitola: Paranormal, perchè?
Si tratta di testi diversissimi tra loro che spero vi piacciano. A lato, troverete i link di questi due seguitissimi blogs.
Se vi va, lasciate(qui o là) un commento!

giovedì 22 ottobre 2009

L'importanza dei Beta readers

Sottoporre un proprio testo all'esame di un estraneo è sempre difficile. C'è il timore del rifiuto, della critica. Chi scrive sa che le sue storie sono come dei figli e nessun genitore accetta di buon grado le critiche ai suoi metodi educativi. E' come se si mettesse in discussione un intera famiglia, o nel caso dell'autore, la propria personalità.
Credo invece che compiere questo passo sia essenziale. Accettare le critiche, quelle costruttive, che ti portano per mano a vedere dove la storia "non cammina" è essenziale... ed è anche un bel bagno di umiltà. Non si dovrebbe essere troppo innamorati delle proprie storie: si dovrebbe avere il coraggio di ammettere che si può sempre migliorare e che non si arriva mai.
Come ha detto qualcuno di importante nella mia vita, tempo fa, " la capacità di mettersi in discussione è fondamentale. Dire: di più non posso fare significa condannare a morte talento e fantasia. C'è sempre qualcosa su cui lavorare."
Bene: se stai leggendo e ti sei riconosciuta, sappi che avevi ragione!
Io ho la fortuna di avere dei Beta reader d'eccezione. Uno di loro è mio marito. Chi non lo conosce potrà sorridere, e pensare "Bella forza! Tuo marito non ti muoverà mai una critica!"
E qui vi sbagliate perchè non esiste una persona al mondo più imparziale e severa di lui. E' rigoroso fino alla nausea, meticoloso e preciso. Quando lui legge qualcosa di mio, tremo. Sul serio.
E poi... ho altre persone, delle Amiche, di cui per correttezza non faccio il nome che mi hanno aiutato. Sì, sia con gli schiaffetti (ammazza che male) che con i suggerimenti. Si tratta di donne che sono, in primo luogo, grandi lettrici e che hanno maturato una straordinaria sensibilità nel mettersi in linea con i testi che leggono. In un caso, una di queste è un'autrice a sua volta.
Questo post è per voi. Consideratelo una sorta di omaggio al vostro ruolo.Mi costringete a riflettere su ciò che i miei personaggi devono dimostrare e nel contempo, mi aiutate a crescere e maturare. I vostri occhi imparziali mi aiutano a vedere pregi e limiti delle mie storie, così come fa il buon insegnante con il genitore dell'allievo.
Grazie. E' questo, ciò che volevo dirvi.
stefania

giovedì 1 ottobre 2009

Matera 2009

Il Women Fiction Festival è un evento culturale, ancor prima che letterario, che si tiene a Matera e che ha rappresentato negli ultimi sei anni, un punto di incontro fondamentale per chi fa letteratura al femminile.
Donne che scrivono, donne che leggono, donne che hanno voglia di raccontare le loro emozioni. E' uno spazio dedicato a chi della scrittura ne ha fatto un mestiere e, nello stesso tempo, vive la creazione della propria storia come un bisogno.
Per me è stato un momento da incorniciare.
Condividere certe emozioni, la psssione di scrivere, di raccontare storie e di leggere quelle stesse storie con persone AMICHE è stata una emozione indimenticabile.
La città è stata una cornice stupenda per una "quattro giorni" di autentica passione letteraria e creativa, in cui ho imparato molto, ho conquistato quella serenità che non pensavo possibile.
Cosa porterò nel cuore di questa esperienza? La complicità che mi ha legato ad alcune splendide donne, oltre che eccellenti autrici, cui va la mia stima e il mio affetto, oltre che la mia gratitudine; la simpatia di chi ha messo anima e cuore per organizzare un evento di altissimo livello, la professionalità e la gentilezza di chi ha partecipato al WFF in veste "istituzionale". La generosità, la disponibilità, la forza, la fragilità e la tenerezza delle donne.
A Matera ho capito che la scrittura al femminile non è retorica o rosa, o sentimentale, o settoriale.
E' un meraviglioso mondo a parte.