sabato 9 gennaio 2010

La signora in viola (terza parte)

Sono lieta di scoprire che questo racconto lungo - o romanzo breve, dipende dai punti di vista - sta avendo un bel successo.
Che diere, se non grazie a tutti voi che avete la pazienza di leggermi?
A voi... e come al solito, troverete più in basso le puntate precedenti.
Enjoy!



(...)
La ripresa di Elizabeth fu costante, più rapida di quanto il marito potesse aspettarsi.
Anthony passava dalla stanza della moglie la mattina e alla sera; trascorreva con lei del tempo, parlando o leggendo. Elizabeth lo ascoltava con diffidenza ma non lo respingeva. Il ricordo delle cure che il marito aveva avuto per lei la turbava e, nel contempo, la feriva.
Non osava sperare in un riavvicinamento.
Se lui l’avesse delusa di nuovo, lei non avrebbe avuto la forza di reagire. Preferiva tenerlo a distanza: era cortese con lui, accettava volentieri la sua compagnia ma non riusciva ad abbattere quel muro che aveva costruito tra loro.
Non voleva e non poteva.


Circa dieci giorni dopo quel mancamento, Elizabeth era con le bambine nel piccolo giardino che c’era dietro casa loro, al numero dieci. Indossava il suo abito preferito, quello viola chiaro, con uno scialle in tinta, ed era seduta su una poltrona mentre le sue figlie giocavano assieme a Mary.
Alzò lo sguardo verso il cielo. Il sole stava tramontando in un cielo viola e grigio; la brezza tiepida che aveva soffiato per tutto il pomeriggio fuggiva via, sostituita dal vento freddo del crepuscolo. Lasciò scorrere gli occhi lungo le facciate posteriori delle case accanto alla sua, fino a fissare le finestre del numero dodici.
La casa le sembrò disabitata. Poco dopo però, al secondo piano, qualcuno scostò la tenda. Un viso apparve alla finestra. E la fissò.
Con un brivido di angoscia, Elizabeth riconobbe lo sconosciuto che aveva incrociato pochi giorni prima. I suoi occhi grigi e inquietanti sembravano brillare nel crepuscolo e la squadravano, con insistenza.
A disagio, la donna abbassò lo sguardo sul libro che teneva in grembo. Era ancora il Fedone di Platone. Sebbene lo avesse già letto una volta, continuava a rileggerlo: c’era qualcosa in quelle pagine che la colpiva e la affascinava, anche se non aveva capito cosa. Sapeva solo che doveva leggerlo e scoprirlo.


Oliver fece un passo indietro, sparendo dalla vista della donna. Sorrise tra sé.
Samuel, da esteta, aveva ragione nel definire la signora Druskell una donna notevole: aveva una bellezza quieta, tranquilla che conquistava con il suo fascino elegante.
Ciò che aveva notato lui, invece, era la sete di conoscenza dell’animo umano e delle leggi del mondo che la animava. Solitamente, le sue prede erano umani privi di importanza, da cui prendeva il necessario per sfamarsi senza ucciderli. Ciò avveniva non per uno scrupolo morale ma per evitare che un numero eccessivo di morti mettesse in allarme le Forze dell’Ordine e desse il via a fastidiose indagini.
Gli esseri umani erano spesso stupidi e come tali, pericolosi. Meglio limitare i rischi.
Ma Elizabeth Druskell non era un essere umano comune: era una di quelle prede fatte per una caccia lunga ed esaltante.
Non l’avrebbe presa e uccisa con un taglio alla gola. Lui e Samuel avevano trovato un tacito accordo su di lei: non finirla subito ma torturarla, indebolirla fino a piegarla all’angoscia e alla disperazione.
Sarebbe stata un’esperienza molto più piacevole.
Oliver aveva scorto negli occhi castani della donna una luce particolare che aveva visto in pochi uomini: era fame di vita, sete di conoscenza. Una preda del genere rappresentava una sfida irresistibile per lui. Uomo o donna, adulto o vecchio non importava: se possedevano quella forza di vita che la maggior parte degli esseri umani non riusciva neanche a percepire, lui li avrebbe uccisi. Perché era quel desiderio di vivere, il coraggio di affrontare la vita a viso aperto che lui voleva possedere. In questi rari casi, gli umani passavano dal rango di fonte di nutrimento a quello di giocattoli con cui divertirsi, fino a distruggerli.
Voleva vincere quella forza. Spezzarla.
Sarebbe stato un piacere ineguagliabile assaporare il suo sangue caldo, sentirlo prima sul palato, poi scorrere nelle vene...


La mattina dopo, Elizabeth Druskell fu trovata riversa sul letto, debolissima e febbricitante. Il marito, preoccupato per la salute della moglie, chiamò un famoso collega per un consulto.
Poco dopo, nel suo studio, fu sussurrata la parola “consunzione”.
Nessuno dei due illustri professionisti aveva notato i segni rossi sul collo e sulle braccia della donna o, se lo avevano fatto, avevano attribuito loro scarsa importanza. L’unica cosa che riuscivano a vedere era la perdita progressiva delle forze di Elizabeth e l’incapacità del suo corpo di reagire.
Stavolta l’attacco era stato assai più violento: Elizabeth rimase a letto per giorni, chiusa nella sua stanza, alternando lunghe ore di incoscienza a momenti di veglia.
Quella strana malattia iniziò a minarle la mente. Lei si imponeva di resistere, di continuare la sua vita: leggeva un altro passo da un libro o si rialzava sui cuscini per parlare. Non era da lei abbandonarsi e lasciarsi servire. Ma era sempre più difficile reagire.


Non c’erano miglioramenti. Elizabeth continuava a peggiorare. Certe mattine, sentiva il suo corpo pesante, sfinito, ed era quasi impossibile per lei alzarsi o chiamare la cameriera. La mente scivolava in un torpore nebuloso, oscuro, privo di suoni, in cui non provava nessun dolore: una sensazione spaventosa e insieme confortante. Una sorta di oblio che la metteva al riparo da angoscia e paura. Lentamente, un’idea prese a farsi largo nella sua mente, insinuandosi tra le pieghe del pensiero cosciente.
La prospettiva della morte si fece avanti in maniera subdola, persino invitante.
E lei aveva sempre meno forze per respingerla.


Anthony, preso dal panico, aveva ricominciato a trascorrere le serate in casa, accanto alla moglie. La fissava per ore, mentre il fuoco del camino disegnava lunghe ombre sul suo viso pallido, chiedendosi cosa fare per aiutarla. Il suo collega aveva parlato di un deperimento fisico improvviso dovuto probabilmente a un grave dispiacere.
Lo sguardo di riprovazione che aveva accompagnato quelle parole era stato più pesante di un macigno. Il suo senso di colpa era aumentato a dismisura. Non amava sua moglie, né aveva fatto nulla per instaurare con lei un’amicizia o una sorta di complicità. Nulla. I loro rapporti, civili e rispettosi, non erano mai stati affettuosi, neanche nell’intimità del loro letto.
In quasi sette anni di matrimonio, non si erano scambiati una confidenza o un sorriso spontaneo. Lei glieli aveva offerti, lui li aveva ignorati.
“Ho sete.”
La voce di Elizabeth lo strappò a quelle riflessioni scomode. Anthony prese un bicchiere e l’aiutò a bere, sollevandola dai cuscini. Sentì lo sguardo di Elizabeth sul suo viso; evitò di incrociarlo, a disagio. Appena la appoggiò sui cuscini, lei parlò, con voce rauca.
“Sto morendo?”
Anthony, sorpreso, non rispose subito. Fissò le fiamme del camino, poi rispose con lentezza.
“Non lo so. Sei deperita, debolissima e non sappiamo davvero quale sia la causa.” Deglutì, continuando a fissare il fuoco, poi continuò, a fatica. Sentiva le parole uscire di bocca con riluttanza e doveva fare uno sforzo di volontà per pronunciarle.
“In questi giorni, io ho pensato molto, Elizabeth. Ho capito molte cose. Mi sono reso conto di averti… trascurato e credo di doverti delle scuse per questo.”
Elizabeth lo fissò, sbigottita. Aveva sognato per tanto tempo di udire quelle parole, che ora non riusciva a credere di sentirle.
Non può essere vero si disse, con un brivido di panico. C’era solo una spiegazione per quella confessione e il pensiero la fece ridere. Fu una risata amara, acuta, che spiazzò Anthony, facendogli sollevare la testa di scatto.
“Allora è vero! Sto davvero per morire se senti il bisogno di lavarti la coscienza! Cosa vuoi da me, l’assoluzione?”
La voce di lei vibrò, carica di sarcasmo: sorpresa, collera, delusione e paura si mescolarono sul suo viso. Le sue guance pallide diventarono improvvisamente rosse, gli occhi lucidi. In quei giorni di malattia, aveva osservato suo marito e aveva notato quanto il suo atteggiamento fosse cambiato. Ma non era riuscita a capire la ragione della sua condotta. O forse preferiva non pensarci.
Deglutì. I suoi sospetti erano stati confermati. Purtroppo.
L’uomo sospirò, rumorosamente. “No. Non stai morendo” ribatté, con una punta di risentimento. Perché non capiva?
“Oh, allora come mai hai deciso di ammettere di avermi umiliato dinanzi a tutta Edimburgo, così all’improvviso? Perché ritieni doveroso farmi le tue scuse, adesso? Suona a dir poco strano viste le circostanze, non trovi? Dimmi, quanto mi rimane? Un mese? Settimane?”
Anthony sospirò di nuovo, a disagio stavolta.
“No, Elizabeth, tu non capisci, io…” provò a replicare. Voleva spiegarle, doveva…
Lei fece un cenno con la mano. “No” disse. “Basta. Non aggiungere altro.”
E con uno sforzo, voltò la testa dall’altra parte, ignorandolo. Sconfortato, Anthony uscì in silenzio dalla stanza.
Non vide la lacrima di Elizabeth rotolarle giù per il viso.


Passarono i giorni. Lenti, pesanti. Arrivò Novembre. L’inverno si avvicinava a grandi passi, preceduto da piogge e da un vento freddo che soffiava dal Forth.
La salute di Elizabeth stentava a migliorare: periodicamente, il deperimento che l’aveva colpita si accaniva ancor più sul suo fisico, rendendolo sempre più debole.
Da più di un mese non usciva da casa il suo volto delicato, adesso aveva una luce livida e grigia; gli zigomi erano in evidenza, gli occhi cerchiati da aloni violacei.
Tuttavia, la malattia sembrava averla resa ancora più bella. Il suo sguardo era carico di una forza disperata. Ogni mattina lottava con il suo corpo per rimettersi in piedi, vestirsi, scendere nel piccolo salottino se stava un po’ meglio. Combatteva i brividi di freddo, la debolezza che le accorciava il respiro e la lasciava spossata, aggrappandosi alla vita con tutte le sue forze.
Nessuno, neanche lei, fece mai caso alle piccole cicatrici sulle braccia e sulle caviglie.

(continua...)

3 commenti:

  1. Ma sei cattivissima, praticamente hai messo la povera Elizabeth tra un marito colto da pentimento tardivo e due vampiri che se la stanno succhiando a poco a poco...
    ma non si può fare nulla per salvarla?!
    Cristina

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  2. Barbara Risoli10 gennaio 2010 15:31

    Continuo a trovare questo racconto degno di nota, lo porti avanti con maestria. Dire che voglio continuare a leggerlo e sapere come ne esci è superfluo. Rinnovo piuttosto la mia stima per te, ti stai rivelando davvero brava, il tuo stile va oltre. Continua così!

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  3. Meno male il seguito! Mi piace molto e sono in ansia da lettura! Quando posti il seguito?

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