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lunedì 18 ottobre 2010
Grazie Alessandra!!!
Alessandsra di Diario di pensieri persi ha dedicato ad Auld Reekie un bellissimo post che troverete Qui. Non posso che essere commossa, felice e incredibilmente commossa dalle parole spese da Alessandra per il commento. Grazie, grazie di cuore!!!!
giovedì 14 ottobre 2010
AULD REEKIE #2
2
Samuel Griffin era ricco abbastanza da potersi permettere un intero edificio nel cuore di Edimburgo al numero quindici di Canongate. Era la sua casa, arredata con eleganza, grazie a Joanne e al suo gusto impeccabile. L’ingresso era stretto ma accogliente, con il pavimento di legno e la carta da parati color ambra; in esso si apriva un corridoio; a destra, una scala di legno portava al piano superiore e alle camere da letto
Al suo arrivo, una cameriera fece capolino dal sottoscala: indossava una cuffia e un piccolo grembiule bianco su una gonna a righe; teneva gli occhi bassi, quasi intimorita dai suoi padroni.
«Signora Joanne» annunciò con una riverenza, «nel salottino vi attendono le vostre cugine, le signorine Hates. E’ giunto anche il vostro avvocato, signor Griffin», disse poi, rivolgendosi verso Samuel, il padrone di casa.
Questi scambiò una rapida occhiata di sorpresa con Will. «Il signor Burnes? Dov’è?».
«Vi attende nel vostro studio».
Una scala immersa nella penombra li portò alle stanze sotto il livello della strada; i due raggiunsero in fretta una stanza dal soffitto basso che si affacciava su un cortile ingombro di merci; tutte le pareti, dal soffitto al pavimento di pietra, erano ricoperte di libri. Solo una finestra chiusa da inferriate gettava una luce sbiadita sulla scrivania di quercia, stretta contro un angolo.
Nell’aria ristagnava l’aroma di cuoio, colla e legno misto a un altro odore più opprimente: umidità, o forse il tanfo che ammorbava la città vecchia di Edimburgo, dove non vi era differenza tra strade e fogna.
C’erano dei banchi per la contabilità al centro della stanza, ingombri di registri e scartoffie, graffiati dal tempo, macchiati d’inchiostro. Alcuni volumi erano spalancati. Qualcuno li stava consultando.
Un uomo.
«Solerte come sempre, il nostro avvocato», constatò Will, sarcastico.
Quello alzò la testa, mentre la porta si chiudeva con uno scatto sordo. Alto, vestito di scuro, fissò i due uomini per qualche istante, rimanendo impassibile. Lasciò che Samuel si accomodasse dietro la scrivania; poi si avvicinò a passi lenti, sedendosi di fronte a Will.
«Brutte notizie», si limitò ad annunciare con voce profonda, priva di inflessione. Gettò sul tavolo una sottile busta di carta ambrata. Il sigillo in ceralacca pendeva spezzato da un lembo, come una goccia di sangue.
«Ci avrei giurato dopo aver visto la tua faccia. Te l’ha mai detto nessuno che ti vesti come un becchino?». Le spalle potenti di Will furono scosse da una risata. «Marsina scura, gilet grigio, pantaloni neri… Un po’ di colore non guasterebbe, Oliver».
«Si chiama abbigliamento professionale, Will. Non pretendo che tu capisca ma è ciò che gli avvocati indossano».
Oliver Burnes aveva risposto senza enfasi, accompagnando le parole con un’occhiata di sufficienza e il tono di chi è abituato a sentire sciocchezze: conosceva Will Munro e le sue battute da troppo tempo per offendersi. Lui e Samuel Griffin erano i suoi migliori clienti.
E anche qualcosa di più.
Oliver era un uomo dai tratti eleganti. Capelli neri, appena spruzzati di bianco, fisico asciutto, mani lunghe e curate, il viso, regolare, quasi altero. Infine, i suoi occhi. Sconvolgenti: erano di un curioso grigio argento, tanto chiari da essere trasparenti. Inespressivi. Non si poteva fissarlo senza sentirsi costretti ad abbassare i propri occhi: sembrava poter trapassare la mente di chiunque lo fissasse troppo a lungo.
Samuel lesse in fretta e imprecò, accartocciando il foglio. Chiuse gli occhi per un istante.
«Quando è arrivata?».
«Stamane, al mio studio, con il corriere diretto da Londra».
Un silenzio pesante cadde nella stanza. Will prese la lettera, lisciandola con le mani. La scorse, poi inveì a sua volta.
«Dannazione!» esclamò, sollevando gli occhi verso Oliver.
Quello rispose con uno sguardo tagliente. «Hanno ricominciato la caccia. Si stanno muovendo verso nord». L’avvocato si appoggiò allo schienale della poltrona e chiuse le dita a piramide, lanciando una lunga, seria occhiata all’altro. «Verso di noi».
Samuel si alzò di scatto e prese a camminare a capo chino, pensieroso. Il suono dei suoi tacchi riempì il silenzio che era caduto nella stanza. Stava con le braccia conserte, gli occhi socchiusi. Il viso, indifferente sino a poco prima, era contratto, teso. Qualcosa, rabbia forse, affiorò per un istante dai suoi occhi azzurri.
«Si sono riorganizzati e rimessi in forze, dopo quello che è accaduto vent’anni fa con Lady Rostwood» considerò Will, meditabondo.
«Hanno imparato dai loro errori: nessun contatto personale, indagini rigorose e attacco a sorpresa, a quanto riferiscono i nostri amici del sud. Hanno osservato, colpito e eliminato». Oliver accavallò le gambe e sollevò lo sguardo dalle sue mani. «É incredibile che riescano a trovare ancora degli accoliti. Devono essere molto convincenti», commentò, pungente.
Samuel strinse le labbra. Sul suo viso si alternavano collera, ira e tensione. Alla fine, fu quest’ultima a prevalere. Aprì la porta e chiamò la governante.
«Margaret! Dica a mia moglie di raggiungermi subito nello studio».
Quando Joanne giunse nella stanza, Oliver si alzò per farla accomodare ma lei lo bloccò con un gesto. Sollevò le sopracciglia in una muta richiesta di spiegazioni.
Samuel le porse la lettera. «Leggi».
Il colorito di Joanne divenne diafano, mentre le labbra rosse si stringevano fino a divenire una linea sottile.
«Che possano essere maledetti…» bisbigliò, in tono appena udibile. Alzò gli occhi sui tre uomini che la fissavano. «Hanno attaccato York e Londra nel giro di una settimana; adesso si stanno spostando verso Newcastle, dopo di che giungeranno qui. Dobbiamo anticipare la partenza, Samuel».
La ragazza stava in piedi, le mani incrociate sul ventre. Gli occhi avevano una durezza adamantina, stridente su quel viso così delicato.
Samuel tornò a sedersi.
Non avrebbe lasciato Edimburgo senza lottare. I Fratelli della Luce non lo avrebbero scacciato dalla sua terra. Né lui… né i suoi.
Un piano rischioso, folle si stava delineando nella sua mente.
«Conosco il loro osservatore in città. Lo metterò sotto sorveglianza: dobbiamo capire se sospetta già di noi e, per farlo, dobbiamo attirarlo qui. Posso contare sulla tua collaborazione, Joanne?».
La ragazza annuì, poi sorrise divertita socchiudendo le labbra. Denti bianchissimi scintillarono nella penombra.
Samuel la fissò per un istante, chiedendole con gli occhi socchiusi il perché di quella risata.
«Nulla…», rispose lei, mentre il suo sorriso diventava largo. E inquietante. «Pensavo cosa direbbero i nostri vicini se sapessero della nostra… natura. E’ una cosa che mi diverte».
Samuel scosse la testa irritato, mentre sul viso di Will passava una fugace espressione di disappunto. In quel momento, nessuno era dell’umore adatto per gli scherzi, neanche lui.
«Sono lieto che tu riesca a cogliere il lato comico della situazione, Joanne ma stavolta la faccenda è seria. Rischiamo l’esistenza»
La ragazza cambiò espressione, colpita da quel rimprovero, mentre i suoi occhi chiari si riempivano di una luce arrogante. Alzò la veste di mussola beige fino all’anca, scoprendo la lunga gamba bianca e dei calzoncini aderenti di cotone, ben diversi dai goffi mutandoni che le altre donne portavano.
I tre sussultarono a quel gesto.
«Pensi che non sappia come affrontarli?» chiese diretta, guardandoli in faccia.
Una spada, corta e affilata, era legata alla coscia; l’impugnatura di cuoio arrivava quasi al bacino. Lasciò cadere la gonna con un sorriso di sfida: la linea morbida della veste celava completamente l’arma e la rendeva uguale a qualunque giovane signora della ricca borghesia di Edimburgo. Una giovane e bella donna, sposata a un ricco esportatore di merci. Un matrimonio felice, cui era mancata la gioia di un figlio.
Ma lei non era come le altre donne.
Nessuno era come lei.
Nulla da fare. Nonostante i profumi e le candele di vera cera, l’odore di letame e sporcizia che proveniva dalla strada arrivava fino al salotto di casa Mc Coy appestando l’aria.
Un pianoforte e un’arpa erano posti al centro della stanza, in attesa che l’esibizione della figlia dei Mc Coy avesse inizio. Gli ospiti arrivavano a piccoli gruppi nel salone, tappezzato in color oro e verde acceso, con candelabri dorati grossi come rami d’albero. Impressionanti stucchi ornavano il soffitto; le sedie erano massicce, rivestite di un cinz color marrone che strideva con il verde della carta da parati.
Pacchiani, considerò Joanne. Tutto era appariscente, ai confini della volgarità in quella stanza. Cosa ci si poteva aspettare dalla figlia di una sarta che aveva sposato un piccolo armatore, si chiese Joanne? Era una piccola donna troppo ingioiellata, che aveva un dubbio gusto nell’arredare e un gusto ancora peggiore nello scegliere i vestiti.
Ma non era lì per divertirsi a osservare gli altri. Guardò la pendola in fondo alla sala, poi scosse la testa e con una leggera pressione sul braccio fece voltare Samuel.
«Temo che il nostro segugio non verrà» bisbigliò dietro il ventaglio di seta.
Samuel rise, come se lei avesse detto qualcosa di molto spiritoso e rispose in un soffio. «Verrà, invece. Zach l’ha seguito tutto il giorno e l’ha udito dire che sarebbe venuto qui con sua moglie. Se non verrà, troveremo un altro modo per farlo venire nella nostra abitazione e… Oh, dottor Dyce. Che piacere vederla!».
Samuel cambiò tono ed espressione con una rapidità sconcertante e si diresse verso un gentiluomo fermo sulla soglia. Quello lo squadrò strizzando gli occhi, sospettoso. Non aveva ancora raggiunto la mezza età: portava minuscoli occhiali d’oro che velavano due stretti occhi verdi, scrutatori. I capelli, biondi e folti, erano pettinati all’indietro; l’abito era di ottimo taglio. Non era molto alto ma si muoveva con sicurezza, quasi sapesse di essere un gradino sopra il resto del mondo. Strinse la mano che Samuel gli porgeva con una stretta forte, sebbene un velo di esitazione, di perplessità forse, gli avesse velato lo sguardo.
«Signor Griffin. È piacere mio vedere lei e la sua incantevole signora».
Joanne fece un grazioso cenno con il capo e represso un sospiro. Detestava comportarsi da bambolina.
«È un onore per noi. Perdoni l’invadenza ma… posso chiedervi un breve colloquio in privato?».
George Dyce ebbe un cenno di assenso. Nei suoi occhi brillava curiosità mista a diffidenza. Dyce era un medico conosciuto a Edimburgo: i suoi pareri erano cercati ovunque tra la borghesia e la nobiltà. Aveva acquistato una bella casa a Charlotte Square, nella New Town e l’aveva arredata con ogni cura; lì, ogni giovedì sera, sua moglie teneva salotto con intellettuali e musicisti della città.
Joanne e Samuel si scambiarono un’occhiata complice. Si spostarono presso una finestra per parlare con maggiore riservatezza e si fermarono presso una pesante tenda di broccato.
«Sarò breve per non tediarvi, dottore… Come di certo saprete, io e mia moglie siamo sposati da alcuni anni, ma purtroppo la nostra unione non è stata allietata da alcuna nascita. Mia moglie non è mai riuscita a concepire, per essere ancora più precisi. A questo punto ho ritenuto opportuno capire le cause di tale mancanza».
Samuel aveva parlato mescolando nella voce reticenza e disappunto, con un tono dimesso. Opportunamente, Joanne chinò la testa e si stampò in viso l’espressione rammaricata che il momento richiedeva.
«Oh, bene… ma questa non è la sede adatta. Non avete consultato una levatrice?». Il medico si guardò attorno, in imbarazzo. Non si aspettava una simile richiesta.
«Sì, ma non è stata in grado di dire alcunché, e per questo motivo, abbiamo deciso di rivolgerci a voi che siete un luminare. Capisco e condivido il vostro disagio. Mia moglie è orfana e non ha altre parenti, se non le signorine Hates. Certamente, non potrebbe chiedere a due fanciulle innocenti di parlare con voi, dunque è il mio compito di marito assisterla e curarla».
«Capisco». Il medico assentì, pieno di comprensione. Si trovava bene nella parte del benefattore dell’umanità: era facile esserlo, se si ricevevano onorari pesanti come i suoi. L’uomo continuò accarezzandosi il mento con la mano.
«Potrei venire presso la vostra abitazione per una visita accurata».
«Nessun incomodo. Il benessere della mia adorata Joanne viene prima di tutto».
«Le farò sapere la data, allora».
«Grazie. E’ un vero sollievo per me sapere che mia moglie sarà affidata alle vostre cure».
Appena Dyce si allontanò, Samuel prese la mano di Joanne, portandosela alle labbra con uno sguardo premuroso. «Visto? Ha accettato senza problemi», considerò, trionfante.
«Ci sta guardando ancora», sussurrò lei, voltandosi verso la finestra aperta. Entrava un vento freddo, mescolato al fetore di sterco. Numerose carrozze erano ferme all’ingresso e l’odore dei cavalli giungeva fino a loro. Sollevò un angolo delle labbra in un fugace sorriso ironico.
«Sei stato maledettamente convincente. Un altro po’ e avrei creduto anch’io di essere una povera mogliettina sterile che si strugge assieme al marito innamorato».
«E tu? Occhi bassi, in silenzio, contegnosa... sei persino arrossita!», mormorò lui, accompagnandola verso la sedia.
«È solo un praticone borioso. Non sarà difficile metterlo nel sacco», concluse lei con disprezzo. Si scambiarono uno sguardo scintillante, mentre il pianista prendeva posto dinanzi allo strumento. Solo Joanne percepì il sottile divertimento celato negli occhi socchiusi di Samuel, simili a quelli di un gatto. Lo conosceva da tempo.
Moltissimo tempo.
NON PERDETE IL PROSSIMO CAPITOLO! STAY TUNED!
domenica 10 ottobre 2010
Serial reader: La donna di Giada
Il vero punto di interesse del romanzo è la descrizione accurata della società cinese nel momento in cui gli Inglesi cercano di avere maggiori spazi per i propri commerci che, a questo scopo, introducono e incentivano il consumo dell'oppio della popolazione cinese per fiaccarne la resistenza. D'altra parte, i Cinesi sono descritti come un popolo orgoglioso, legato a strutture sociali chiaramente feudali, in cui non vi era spazio né per le donne né per gli stranieri. La Putney è magistrale nell'introdurre una tematica ostica qual è quella della guerra dell'oppio in un romanzo d'amore. Il risultato è assolutamente felice: la sensualità è filtrata dall'ambientazione esotica della vicenda ma, nello stesso tempo, la Storia diviene parte integrante del vissuto dei due protagonisti. E qui veniamo a Kyle. In lui ho trovato una traccia delle atmosfere e dell'atteggiamento di curiosità e ammirazione dei grandi viaggiatori, da Goethe a Chatwin. Credo che la Putney abbia filtrato i racconti di famiglia (la madre è vissuta a lungo in Cina). Kyle è espressione di quei viaggiatori che ha fatto grande il Regno Unito: esploratori indomiti, cartografi, naturalisti, dotati di un immenso spirito di avventura. Purtroppo, nella storia delle conquiste coloniali, gli esploratori liberi da pregiudizi sono stati assai inferiori come numero rispetto ai tanti occidentali che hanno occupato e depredato Africa e Asia, cancellando culture e civiltà millenarie.
Non riesco proprio...
E' un progetto che accarezzo da un po', che mi tenta e che spero di poter trasformare in un appuntamento settimanale. Ho solo bisogno di mettere a punto i dettagli e poi... pronti a partire!
So, stay tuned ;-)
mercoledì 6 ottobre 2010
AULD REEKIE #1
L'avventura ha inizio. Troverete il buio, la notte e la paura ma non abbiate timore. Prendete la mia mano e seguitemi....
AULD REEKIE
Prima parte: Alla luce del giorno.
Prologo
Londra, agosto 1846
C’era stato un incendio quella notte. Volute di fumo scuro velavano il cielo di un’alba appena accennata. Il puzzo di bruciato impregnava l’aria più del tanfo di carbone e fango che avvolgeva la capitale come una coltre.
Una palazzina tranquilla, in una stradina solitaria del quartiere di Kensigton era andata a fuoco e nulla aveva potuto salvare i suoi abitanti.
Erano morti, tutti.
Poliziotti e curiosi erano andati via in fretta. Non c’era più nulla da vedere, niente da prendere. Ormai la casa era uno scheletro abbandonato, le macerie dell’edificio erano simili a ossa annerite, coperte di fuliggine.
Eppure…
Alcuni uomini in abiti scuri si aggiravano tra le rovine senza parlare, scostando pezzi di legno, frugando alla ricerca di qualcosa che il fuoco aveva risparmiato. Non erano razziatori, si capiva dal modo in cui si muovevano: attento, gli occhi fissi a terra, le mani inguantate che sollevavano le assi risparmiate dal fuoco con cura.
Uno di loro, un uomo leggermente claudicante, vestito con uno spesso mantello scuro, teneva un cappello calato sugli occhi e dirigeva i suoi compagni con gesti secchi, mentre il suo sguardo scivolava tra cenere e rovine.
Sì, stavano cercando qualcosa.
A un tratto, un uomo ebbe un piccolo grido di trionfo: c’era una piccola cassaforte incastrata in un muro pericolante. L’incendio non sembrava averla danneggiata. Era salda, al suo posto.
L’uomo zoppo si avvicinò e represse un gesto di esultanza.
«Staccatela da muro e portatela alla sede della Fratellanza. Che non vi veda nessuno» ordinò a bassa voce.
L’uomo che aveva trovato la cassaforte sorrise. «Me ne occuperò io», mormorò, lasciando scorrere la mano lungo il pannello di metallo. «Ci saranno gioielli dentro?» chiese poi, con la voce incrinata.
Lo zoppo sospirò, piano. «Oh, può darsi… ma non è questo ciò che ci interessa. Giusto?».
L’altro annuì, con una smorfia. «No», considerò, guardandosi attorno. Dai suoi occhi affiorò un disagio improvviso e si allontanò di qualche passo.
«Ne abbiamo eliminati parecchi, ieri sera. E’ stato impressionante vederli morire così, accartocciarsi e ridursi in cenere… Non lo dimenticherò tanto facilmente», ammise in un soffio.
«Non li abbiamo uccisi, Richard», lo interruppe l’uomo. «Non abbiamo ammazzato nessuno: erano già morti da decenni o ancor di più. Sono senza anima, corpi senza sangue, parassiti schifosi che devono essere distrutti senza tentennamenti. Essi sovvertono l’ordine della vita con la loro sola presenza. Noi siamo I Fratelli della Luce, non siamo ne assassini, né ladri o torturatori. È nostro compito quello di rimettere ordine nel mondo. Ricordalo. Sempre».
1
Edimburgo, settembre 1846
Strana mattina, quella. Il cielo di un azzurro tanto intenso da sembrare irreale, era coperto da nuvole simili a fiori di cotone sporchi, trascinate da un vento tagliente. Il sole che fino a pochi istanti prima aveva ricoperto il selciato e le facciate di pietra di Grassmarket era sparito e adesso si era trasformato un disco bianco e opaco, celato da una cortina di nubi.
Da lì a poco sarebbe piovuto.
Ma questo alla folla non interessava. Centinaia di teste ondeggiavano, senza un ritmo coerente, invadendo ogni angolo della piazza del vecchio mercato. C’era puzza: un tanfo nauseante e malsano, che il vento non riusciva a scacciare via del tutto. Arrivava a folate, disgustoso: odore di uomini e animali, sudore, escrementi, vomito, paglia e foglie marce, cavoli andati a male e carne putrefatta.
Era una mattina piena di traffico, voci e persone. Ragazzini arrampicati sui lampioni, sugli alberi; un mucchio di gente che si sporgeva dalle finestre, gesticolando. E carrozze. Molte carrozze tirate a lucido, ferme tra il limitare della piazza e Castle Wynd north.
Sotto la volta annerita dei closes, gli strilloni vendevano lo Scotsman e l’Evening post. Poco distante, una venditrice di pannocchie, vecchia, con un gran fazzoletto in testa; più in là, dei monelli che si rincorrevano tra la folla. Ancor più lontano, un gruppo di uomini ben vestiti, mercanti forse, che discutevano con un occhio alla strada e un altro alle signore non troppo coperte, affacciate al secondo piano di un vecchio edificio, su un angolo della piazza.
Tra un po’, sarebbe iniziato lo spettacolo. Era quello il motivo per cui tutta quella gente era riunita lì: il palcoscenico era già pronto e uno degli attori principali stava tranquillo ai piedi della scala, con le braccia conserte, in attesa.
Il vento dell’ovest si fece più freddo, insistente. La pioggia sarebbe arrivata prima di quanto si pensasse.
All’improvviso, il mormorio che animava la piazza crebbe d’intensità divenendo quasi un grido. Braccia, mani, teste, tutti si voltarono verso un piccolo carretto trascinato da un cavallo troppo stanco, guidato da un carrettiere di mezza età. Tre uomini, su quel carretto. Due in uniforme rossa, armati. Uno in catene.
Altri soldati iniziarono a spingere indietro la folla con i fucili, per aprire un varco al carro. La folla rumoreggiò, protestò, ondeggiò e infine si aprì, districandosi come una matassa mentre gli insulti si mescolavano con le grida dei militari.
Lentamente, il conducente portò il carretto al centro della piazza. Un palco di legno annerito dall’umidità sorgeva proprio laggiù. Certo, sarebbe stato più corretto definirla impalcatura: quel palo piantato nel mezzo non andava molto d’accordo con il concetto di teatro. Ancor meno quella corda che ondeggiava leggera al vento, o l’uomo con uno spesso cappuccio sul viso ai piedi della scala.
A Edimburgo, le impiccagioni erano state sempre un evento, per tutti: ricchi e poveri, giovani e vecchi. Un vero spettacolo.
C’era un insano piacere nel vedere un uomo che muore, per alcuni; per altri c’era il sollievo: quella volta non era toccata a loro. Per altri ancora, era la conferma che l’ordine sociale esisteva e che aveva la forma di una robusta corda di canapa e di un nodo scorsoio.
L’uomo nel carretto iniziò a tremare. Era poco più di un ragazzo, in verità, con addosso solo un paio di pantaloni e una camicia bianca. Le gambe gli cedettero, di schianto e i soldati di guardia furono costretti a sollevarlo di peso. Si riscosse e faticosamente si rimise in piedi, stringendo i pugni. Guardò a terra. Non voleva far vedere che stava piangendo.
Iniziò a salire i gradini, arrancando. Dalla folla, si alzarono urla: c’era bisogno di silenzio, in quel momento. Era il contegno del condannato a rendere memorabile un’impiccagione.
Lo spettacolo stava per iniziare.
«Non capisco perché tu sia voluto venire qui, Samuel. C’è un fetore orribile». La giovane donna scosse la testa e il cappello ondeggiò, amplificando il disappunto della sua proprietaria.
L’uomo cui si era rivolta le prese la mano, appoggiandola sul suo braccio e si limitò a sorriderle. «Osservazione scientifica, Joanne. Trovo le impiccagioni uno dei momenti migliori per valutare la tempra della natura umana».
La loro carrozza si era fermata al termine di Candlemaker Row, in un punto da cui si aveva una perfetta visuale del patibolo. Di colpo, il cielo si era fatto plumbeo, la luce uniforme e opaca. Un impalpabile velo di grigio si era steso sulla piazza, cancellando tutti i colori.
Dalla vettura scese un’altra figura, un uomo massiccio. Spalle larghe, muscolose, una larga barba rossa, occhi nocciola, scrutatori, folti capelli biondo rossicci legati in un codino. Si mise accanto a Samuel, fissando con interesse la scena che si svolgeva sotto i loro occhi.
«Era innocente, secondo voi?», domandò, mentre un sacerdote si avvicinava al condannato.
L’altro uomo non rispose subito. Lasciò scorrere lo sguardo sulla folla sotto di lui, pigramente, per soffermarsi infinesul boia.
«Colpevole? Innocente? E’ solo una questione di punti di vista: per alcuni, rubare per fame è un crimine, per altri è una necessità. Non ha molta importanza a questo punto, Will. Quel ragazzo è stato solo sfortunato a farsi beccare. Tutto qui».
Dalla folla, in quell’istante, si alzò un grido. Un pianto disperato.
«Cielo, che lagna insensata!».
A parlare era stata la donna. Una smorfia arricciò il suo viso diafano. Aveva occhi allungati, di un azzurro chiarissimo e capelli biondo oro. Molto graziosa, non c’era nulla da dire. Bel corpo, bel portamento, alta al punto giusto, morbida dove doveva esserlo.
Will emise un sospiro. «Fa parte dello spettacolo, Joanne. I parenti in lacrime, le invettive e tutto il resto. È molto, molto umano».
Lei rispose con un curioso suono di scherno.
Al centro, Samuel fece un cenno con il dito, infastidito. I due tacquero immediatamente.
Qualcuno, un giudice forse, stava leggendo la sentenza di morte. Altre urla, più forti, lo costrinsero a interrompere la lettura più volte. A gridare non era solo una donna anziana: c’era anche una ragazza.
Giovane, giovanissima. Capelli scuri scarmigliati, un abito marrone, le braccia tese verso la forca. Scalciava, mordeva e graffiava chiunque cercasse di trattenerla. Voleva salire lassù. Era un piccolo concentrato di paura, rabbia e dolore. Ma non era disperata, quello si capiva: era scatenata, una piccola furia che voleva liberare… chi? Suo marito? Fratello? Amante?
Samuel strinse gli occhi, studiandola incuriosito.
«Will», mormorò, inclinando appena il capo verso la spalla, con gli occhi fissi sulla scena. «Chi è quella ragazza?».
L’altro alzò la testa per guardare meglio. Alla richiesta dell’ufficiale che aveva letto la sentenza, il ragazzo aveva scosso la testa: no, non aveva nulla da dire, poi aveva iniziato a piangere forte. Il boia lo aveva fatto salire su una piccola panchetta.
Numerose urla di scherno si alzarono dalla folla: una chiazza umida si era allargata nei pantaloni, all’altezza del basso ventre. Il corpo stava pagando già il suo pegno alla paura.
«Quella che strepita, accanto alla vecchia?».
«Sì».
«Credo sia la sorella di Joseph Tibbs, il condannato».
Samuel sorrise, sollevando un angolo della bocca e socchiuse gli occhi. Il boia aveva sistemato il nodo scorsoio e adesso si trovava vicino alla leva per sganciare la caditoia.
«Cerca notizie su di lei, Will. Come si chiama, dov’è il buco che chiama casa, cosa fa. Tutto».
L’altro annuì senza un commento. Si allontanò, mescolandosi alla folla e sparì, mentre minuscole gocce di pioggia precipitavano al suolo, trascinate giù da un vento insistente.
Joanne inclinò il capo, guardando il suo compagno in tralice. «Interessante creatura, non è vero? Sembra una gatta selvatica», mormorò.
Samuel le rispose con lo stesso sguardo, poi tornò a fissare la ragazza. Annuì e sorrise con lentezza. Un sorriso freddo, accompagnato da una luce strana, quasi famelica negli occhi.
«Mi piace. La voglio».
Il boia sganciò la botola.
Dopo l’impiccagione, la folla si disperse con lentezza. C’era sempre qualcuno da salutare, o un altro con cui commentare gli ultimi avvenimenti. I mercanti si diressero verso la palazzina dove le signore poco vestite abitavano; altri restarono a ciondolare sotto la forca, osservando il cadavere che dondolava, bagnato dalla pioggia leggera.
Samuel e Joanne erano rientrati nella carrozza. Attendevano il ritorno del loro compagno, Will, senza parlare, scrutando la folla che sciamava, un insieme confuso di persone che urtava la vettura, facendola sobbalzare sul selciato di pietra.
All’improvviso, la donna ridacchiò e si voltò verso il suo compagno. Negli occhi aveva una luce brillante, in cui danzavano impazienza e divertimento. «Oh, Samuel! Sono così felice che questi anni a Edimburgo stiano per terminare! Sono stati lunghi come un’eternità. Mi sono sentita come un animale in gabbia, qui. Non vedo l’ora di tornare nelle Trossachs».
«Dunque non ti è piaciuto essere la signora Griffin». L’uomo rispose senza guardarla, a voce bassa. Continuò a fissare i volti, fuori dal finestrino.
L’altra rise divertita come una bambina. «Non ho molte alternative per vivere con te e con i nostri fratelli sotto gli occhi di tutti: posso essere solo tua moglie o tua sorella».
Samuel si voltò, con una luce maliziosa nello sguardo.
«Dici? Potresti fingere di essere la moglie di Will».
Lei alzò i palmi delle mani, in segno di difesa. «Ho già fatto questa prova, se ben ricordi, e mi è bastata. No, grazie».
Samuel alzò le sopracciglia con un cenno di assenso; poi, in tralice scrutò la sua compagna, nascosta dalla penombra dell’abitacolo. Joanne dimostrava non più di venticinque anni e, ufficialmente, era sua moglie. Una donna bella ed elegante, come si addiceva a una ricca esponente della middle class scozzese. Nessuno avrebbe mai potuto immaginare chi fosse.
Cosa fosse.
Quanto a lui… anche lui era stanco di quella recita. Andava avanti da quasi un decennio e in una città come Edimburgo era difficile mantenere dei segreti.
Case strette, addossate le une alle altre, abbarbicate allo sperone di roccia su cui sorgeva a Castle Rock. Pareti sottili, o marce; miglia e miglia di cunicoli sotto terra, abitati da chi non poteva permettersi una casa in superficie, e che mettevano in comunicazione tutta la città.
I segreti erano la vera ricchezza, ad Auld Reekie. I loro valevano molto, molto di più.
Anche Joanne lo stava studiando, osservando il riflesso sbiadito dell’uomo sul vetro del finestrino. Avere un marito come Samuel sarebbe stato la felicità di ogni donna. Alto, spalle larghe. Capelli biondi scuri, con piccole ciocche disordinate che gli cascavano sulla fronte; occhi di un azzurro profondo, intenso. Viso pallido e affilato, liscio. Mani eleganti. La prima volta che lo aveva visto, aveva pensato che somigliasse più a un angelo che a un essere umano.
Tutto in lui era di una bellezza angelica. Tutto tranne il suo sguardo.
Vuoto. Raggelante. Indifferente. Gli aggettivi per descriverlo si sprecavano ma nessuno sarebbe stato in grado di definirlo davvero.
Avevano una sintonia perfetta, tale da ingannare chiunque: agli occhi dell’intera città, erano una coppia splendida e questo la divertiva, parecchio. Com’era facile ingannare gli uomini, mostrare loro ciò che vogliono vedere…
Lei… tutti “loro” avevano un cinismo che nessun essere umano avrebbe potuto mai avere. Per lei osservare i ridicoli tentativi degli esseri umani di cambiare il corso della propria esistenza era causa di divertimento. Talvolta di disprezzo. Raramente di ammirazione.
Ma anche questo, ormai le era venuto a noia: non c’era più nulla che potesse stupirla.
Odiava attendere. Odiava quei mesi che la separavano dal ritorno nella loro tenuta nelle Trossachs e odiava aspettare, come in quel momento, chiusa nella carrozza. Will ci stava mettendo troppo tempo.
Quasi evocato dal suo pensiero, l’uomo spalancò lo sportello. Entrò nella carrozza e l’ambiente sembrò restringersi, riempito dal suo fisico massiccio. Samuel diede un paio di colpi sul tetto della vettura, che partì immediatamente.
«Allora?» chiese aggiustando il plastron della cravatta.
«Si chiama Bridget Tibbs. Ha quindici anni, vive con sua madre e altri cinque fratelli dalle parti di Lawnmarket».
«Sopra o sotto?».
«Sottoterra, nei vicoli: hanno una stanza sotto la strada. A quanto pare, Joseph era l’unico che riusciva a raccattare qualcosa con i borseggi. Sua madre ha fatto la lavandaia fino a due anni fa, quando una pentola di lisciva le è finita in faccia e l’ha accecata. Sono degli autentici relitti».
«E lei?».
L’uomo accarezzò la folta barba rossiccia. «Ha aiutato sua madre per un po’, poi è andata a servizio ma l’hanno licenziata non appena si è saputo che suo fratello era stato arrestato per furto. Ha sempre trovato il modo di arrotondare, comunque».
Con lo sguardo, Samuel lo invitò a continuare.
«Un amico di suo fratello mi ha detto che non è molto brava a sfilare portafogli ma lo è sicuramente di più ad aprire le gambe».
Aveva iniziato a piovere. Una pioggia violenta, arrabbiata, che staffilava il tetto della vettura e filtrava attraverso la porta della carrozza. Sotto l’acqua, le facciate di pietra della città vecchia scintillavano come argento brunito; i segni delle ruote delle carrozze erano simili a frustate sulle strade fangose, ingombre di carri e passanti che correvano per cercare un riparo.
La pioggia riempì con il suo odore i vicoli, i cortili, le scalinate. Sembrava voler lavare via tutta la sporcizia che incrostava Edimburgo e che ne avvelenava l’aria, pensò Samuel. Peccato che questo non fosse possibile: sarebbe dovuta cadere una pioggia tanto forte da scorticare i suoi abitanti per eliminare l’odore di tutto quel lerciume.
C’era una gran differenza con la New Town, la città nuova che stava prendendo forma ai piedi di quella vecchia, verso nord. Aveva comprato un’intera costruzione laggiù, in una piazza tranquilla, poco abitata. Aria pulita. Strade larghe, viali alberati, persino l’acqua corrente. Era un lusso un po’ costoso ma tutto sommato, poteva permetterselo: possedeva un’impresa di export, che trafficava con le colonie indiane e cinesi. Un’attività redditizia che adesso stava liquidando, in prospettiva alla sua futura partenza.
Viveva a Edimburgo per troppo tempo, dieci anni. Era arrivato il momento di sparire.
Di tornare nelle Trossachs, nella sua vera casa.
Quel pensiero gli procurò un brivido di piacere. Le immagini di Loch Ard e della foresta nella sua tenuta lo staccarono dalla realtà, per qualche istante. Il suono della pioggia sulle foglie. Il ticchettio della rugiada, lo scorrere del vento tra le querce dinanzi alla casa, il leggero crepitio della ghiaia sotto gli zoccoli dei cavalli, la luce delle stelle di notte che si riflettevano nelle acque gelide ed immobili del lago…
Una frenata leggera e il tintinnio delle briglie lo strapparono dalle sue riflessioni. Una parete in pietra, bagnata di pioggia comparve dinanzi ai suoi occhi. Erano arrivati a casa.
NON PERDETE IL PROSSIMO EPISODIO! STAY TUNED!
lunedì 4 ottobre 2010
Ci siamo quasi...
Vi avevo promesso nuove sorprese... Ed eccomi!
Presto leggerete un romanzo che - spero- vi appassionerà: si svolgerà nel 1846 e i nostri amabili (e spietati) zannuti dovranno affrontare una minaccia inattesa e letale. Avevo già postato alcune pagine ma, da brava perfezionista, le ho riviste, rilette e rivisitate fino ad ottenere un risultato vagamente presentabile. Protagonisti? Samuel e Oliver, o course, ma non solo. Li conoscerete nella loro vera natura, quella che non è stata ancora toccata dall'amore per Marianne e per Emily... E adesso basta spoiler!
Se avrete la pazienza di leggere, scoprirete i loro compagni, e passeggerete con loro per le strade di Edimburgo, la Auld Reekie, la vecchia puzzolente. Così veniva definita nell'era vittoriana la capitale della Scozia, a causa dei fumi dell'industria e per il gran numero di miserabili che si erano riversati nelle sue strade dopo aver abbandonato i campi e le greggi. Nel XIX secolo, Edimburgo era una città pulsante di vita e di miseria: le vie della Old Town erano traboccanti di povera gente, ma poco lontano si progettava la New Town in puro stile georgiano, con strade ampie e ariose, parchi e giardini, e abitazioni per coloro che potevano permettersi di fuggire dal lerciume dei close.
Ed è qui che Samuel, Oliver e i loro fratelli si aggireranno, in bilico tra il mondo dei vivi e quello dei morti...
Presto leggerete un romanzo che - spero- vi appassionerà: si svolgerà nel 1846 e i nostri amabili (e spietati) zannuti dovranno affrontare una minaccia inattesa e letale. Avevo già postato alcune pagine ma, da brava perfezionista, le ho riviste, rilette e rivisitate fino ad ottenere un risultato vagamente presentabile. Protagonisti? Samuel e Oliver, o course, ma non solo. Li conoscerete nella loro vera natura, quella che non è stata ancora toccata dall'amore per Marianne e per Emily... E adesso basta spoiler!
Ed è qui che Samuel, Oliver e i loro fratelli si aggireranno, in bilico tra il mondo dei vivi e quello dei morti...
domenica 3 ottobre 2010
Serial reader: The Rose Tudor trilogy di Susan Wiggs
Sicuramente...
Iniziamo dal primo romanzo: Per ordine del re. La coppia dei protagonisti, Stephen de Lacey e Juliana Romanova sono delineati in modo splendido, con una gran cura dei dettagli storici. Il "personaggio" Enrico VIII entra nella vicenda in modo realistico, senza diventare invasivo; la descrizione della corte e dei suoi riti, delle alleanze e dei pettegolezzi è vivace ma accurata. La storia di Stephen e Juliana è molto canonica rispetto ai topoi del romance, ma in alcuni passaggi esso si trasforma in un vero historical fiction.
Leit motiv o fil rouge che unisce la trilogia è un gioiello, una spilla che Juliana porta con sé dalla Russia e che sarà lo strumento attraverso cui Aidan scoprirà la vera identità di Pippa. Si tratta di romanzi d'amore, è ovvio, ma sopratutto nel primo e nel secondo quest'aspetto si unisce a un quadro storico tratteggiato con cura, senza essere invasivo o pesante.
Una menzione a parte va fatta per lo stile di questa'Autrice. Frizzante,allegro, scoppietta come una confezione di popcorn, e questo risalta in modo particolare nei dialoghi, che tengono alto il ritmo della narrazione e che divertono, affascinano e commuovono. Insomma... cinque stelle piene a un'autrice davvero particolare!
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